Ci sono momenti in cui il silenzio sembra l’unica risposta possibile davanti al mistero della morte. Eppure, il cuore mi spinge a scrivere, a dare voce a un dolore che non trova pace, ma che vuole farsi preghiera.
Oggi il nostro paese è più povero. Abbiamo perso Pietro Lagrotta.
Guardo questo video e non posso fare a meno di commuovermi. Vedo Pietro con la sua fisarmonica, lo vedo sorridere, lo sento cantare con quell’energia solare che lo ha sempre contraddistinto. Pietro non suonava solo uno strumento; Pietro suonava la vita. Attraverso i canti popolari e il suono antico delle zampogne, lui ci riportava alle radici, alla gioia dello stare insieme, alla bellezza delle cose semplici.
Per molti era il “Vigile Urbano”, l’uomo della divisa che portava ordine con una gentilezza rara, sempre disponibile, sempre pronto a un saluto o a una parola buona. Ma per noi, per chi ha avuto il dono di crescere tra questi vicoli guardando a lui, Pietro era semplicemente l’amico di tutti. Mi ha visto crescere, ha accompagnato con il suo sguardo e il suo sorriso i passi della mia giovinezza, fino alla mia vocazione.
Questi ultimi giorni di agonia sono stati un calvario per lui e per tutti noi che abbiamo sperato e pregato. Ci chiediamo perché. Perché a poco più di cinquant’anni? Perché una persona così buona deve lasciarci così presto? Come sacerdote, mi trovo anch’io a lottare con queste domande, portando all’altare il peso di questa tristezza.
Ma è proprio qui che la Fede, pur rigata dalle lacrime, deve parlarci.
Pietro ha vissuto seminando luce. Una persona solare non si spegne mai del tutto. Credo fermamente che il Signore lo abbia accolto non con il rigore del giudizio, ma con l’abbraccio del Padre, dicendogli: “Vieni, servo buono e fedele, entra nella gioia del tuo Signore”. Immagino Pietro che, deposta la divisa terrena, imbraccia di nuovo la sua fisarmonica per guidare i cori degli angeli, portando in Paradiso un pizzico della nostra musica popolare, quella che amava tanto.
Pietro ci lascia un’eredità pesante e bellissima: l’invito a essere gentili, a essere “persone buone”, a non negare mai un sorriso.
A Dio, caro Pietro. Grazie per averci insegnato che si può servire lo Stato con il cuore e Dio con la musica. Veglia su di noi e sul nostro paese che tanto amavi. La tua musica non finisce qui; continua a risuonare nell’eternità e nel ricordo perenne di chi ti ha voluto bene.
Riposa nella pace del Signore, amico mio.
Ci sono momenti in cui il silenzio sembra l’unica risposta possibile davanti al mistero della morte. Eppure, il cuore mi spinge a scrivere, a dare voce a un dolore che non trova pace, ma che vuole farsi preghiera.
Oggi il nostro paese è più povero. Abbiamo perso Pietro Lagrotta.
Guardo questo video e non posso fare a meno di commuovermi. Vedo Pietro con la sua fisarmonica, lo vedo sorridere, lo sento cantare con quell’energia solare che lo ha sempre contraddistinto. Pietro non suonava solo uno strumento; Pietro suonava la vita. Attraverso i canti popolari e il suono antico delle zampogne, lui ci riportava alle radici, alla gioia dello stare insieme, alla bellezza delle cose semplici.
Per molti era il “Vigile Urbano”, l’uomo della divisa che portava ordine con una gentilezza rara, sempre disponibile, sempre pronto a un saluto o a una parola buona. Ma per noi, per chi ha avuto il dono di crescere tra questi vicoli guardando a lui, Pietro era semplicemente l’amico di tutti. Mi ha visto crescere, ha accompagnato con il suo sguardo e il suo sorriso i passi della mia giovinezza, fino alla mia vocazione.
Questi ultimi giorni di agonia sono stati un calvario per lui e per tutti noi che abbiamo sperato e pregato. Ci chiediamo perché. Perché a poco più di cinquant’anni? Perché una persona così buona deve lasciarci così presto? Come sacerdote, mi trovo anch’io a lottare con queste domande, portando all’altare il peso di questa tristezza.
Ma è proprio qui che la Fede, pur rigata dalle lacrime, deve parlarci.
Pietro ha vissuto seminando luce. Una persona solare non si spegne mai del tutto. Credo fermamente che il Signore lo abbia accolto non con il rigore del giudizio, ma con l’abbraccio del Padre, dicendogli: “Vieni, servo buono e fedele, entra nella gioia del tuo Signore”. Immagino Pietro che, deposta la divisa terrena, imbraccia di nuovo la sua fisarmonica per guidare i cori degli angeli, portando in Paradiso un pizzico della nostra musica popolare, quella che amava tanto.
Pietro ci lascia un’eredità pesante e bellissima: l’invito a essere gentili, a essere “persone buone”, a non negare mai un sorriso.
A Dio, caro Pietro. Grazie per averci insegnato che si può servire lo Stato con il cuore e Dio con la musica. Veglia su di noi e sul nostro paese che tanto amavi. La tua musica non finisce qui; continua a risuonare nell’eternità e nel ricordo perenne di chi ti ha voluto bene.
Riposa nella pace del Signore, amico mio.
Don Andrea Alfieri







