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Il panorama culinario contemporaneo è una giostra di contrasti. Da un lato, l’overtourism ha trasformato intere città in parchi a tema per turisti, dove l’autenticità si misura in hashtag e il prezzo dei piatti sembra dettato più dalla posizione che dagli ingredienti. Dall’altro, una resistenza silenziosa, una contro-tendenza che sta riscoprendo il valore inestimabile del cibo genuino, della compagnia e dell’intimità di una tavolata tra amici.

Non è difficile riconoscerla, questa nuova normalità del lusso accessibile. È quel momento in cui un piatto di spaghetti alle zucchine, un tempo simbolo di freschezza e semplicità, raggiunge i 25 o 30 euro, con l’aggiunta di un coperto che sa più di tassa che di servizio. È il cameriere che, con un’espressione quasi inquisitoria, ti accoglie con un secco “avete prenotato?”, come se l’atto di entrare in un ristorante fosse un privilegio riservato a pochi. Sono le lunghe, snervanti file all’ingresso di locali la cui fama è spesso inversamente proporzionale alla qualità dell’esperienza. E, non dimentichiamolo, sono le notizie dei NAS e della Guardia di Finanza che smascherano frodi, sporcizia e pratiche disoneste, spegnendo l’illusione di un’eccellenza che non esiste.

Il costo di un aperitivo si alza, il vino si paga a peso d’oro, e l’esperienza si fa sempre più un’operazione di marketing. Ma gli “indigeni”, come li chiami tu, non si sono arresi. Anzi, hanno trovato la loro via d’uscita. Hanno riscoperto il piacere, semplice e profondo, di stare in famiglia, di ritrovarsi in giardino sotto un albero di limoni, di ascoltare storie e condividere risate che nessuna carta di credito può comprare.

Questa è la vera rivoluzione. È quando Maria prepara la cena con i prodotti del suo orto, e ogni boccone sa di terra, sole e cura. È quando Piero serve una tagliata di vitello che, solo qualche mese prima, pascolava nella stalla di Teresa, e in quel sapore c’è tutta la storia di una comunità. È quando Gaetano apre le porte di casa a Raffaele per fargli preparare una pasta e patate con il provolone del Monaco, una sinfonia di sapori che uno chef stellato non oserebbe mai replicare per paura di rovinare la sua “visione”. È quando Alberto impasta una pizza che ha lievitato per due giorni, e la sua croccantezza e leggerezza non hanno nulla da invidiare a quelle delle pizzerie più blasonate. Franco e Maria poi, hanno un forno che non caccia solo pizze genuine, ma anche una meravigliosa parmigiana a doppia frittura con uovo. In questi momenti, ci si sente fortunati, perché si sta partecipando a qualcosa di vero.

E poi c’è il menu, quello autentico, che non ha bisogno di fronzoli o nomi esotici. Quello che ti offre “cose SEMPLICI di non comune reperibilità”: o’ per e il muss, le melanzane con la cioccolata, o un babà a caldarella, sapori che affondano le radici nella tradizione e nella storia. A questo punto, è difficile non ammettere che tutto il resto è solo una transazione, una questione di Mastercard.

Grazie, allora, a questo overtourism dilagante e pretenzioso. Ci ha costretti a fermarci, a riconsiderare cosa conta davvero. Ci ha ricordato che la gioia non si compra, ma si costruisce, tavolo dopo tavolo, chiacchiera dopo chiacchiera. Ci ha spinto a riscoprire la magia di una tavolata in cortile, dove il vino è buono, il cibo è genuino e la compagnia è ciò che rende ogni piatto indimenticabile. Alla fine, vince sempre la bellezza della condivisione, il calore della famiglia e il sapore autentico delle cose fatte con amore.





























Fonte : PositanoNews.it