07

Feb
2019

LETTURE TASSIANE. IL TERZO CANTO DALLA GERUSALEMME LIBERATA

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Venerdi 8 febbraio 2019, alle ore 17.00, ultimo appuntamento nella Sala Consiliare del Comune di…

Venerdi 8 febbraio 2019, alle ore 17.00, ultimo appuntamento nella Sala Consiliare del Comune di Sorrento, ai piedi del Busto del Tasso, poi si sposta presso il Museo Correale, ai piedi della maschera funeraria e acconto alla prima edizione della Gerusalemme, per la lettura del III Canto. Introdotta e spiegata dal Prof Domenico Palumbo, letta dall’attore e fine dicitore Salvatore Guadagnuolo, colonna sonora curata dal Violino di Antonino D’Esposito con i madrigali di Gesualdo da Venosa, amico e mecenate del Tasso. Ai docenti e agli studenti punteggi per crediti formativi.

Queste letture Tassiane, ideate e volute dal Prof Alfonso Paolella, stanno avendo un successo oltre ogni aspettativa, vuoi per la formula accattivante e snella, vuoi per la proiezione delle immagini, vuoi per la voce suadente di Guadagnuolo, vuoi per il violino, sembra che quell’oretta passi in un batter d’occhio. Possiamo parlare sicuramente e decisamente di uno spettacolo culturale, che la gente voleva, che la gente aspettava. Deve essere un format da offrire anche agli ospiti stranieri, e il prof Palumbo è già avvezzo alla comunicazione in inglese per i corsi che tiene al Sant’Anna.

 

ARGOMENTO.

     Giunge a Gerusalemme il campo: e quivi
In fera guisa è da Clorinda accolto.
Sveglia in Erminia amor Tancredi: e vivi
Fa i proprj incendj al discoprir d’un volto.
Restan gli Avventurier di duce privi:
Ch’un sol colpo d’Argante a lor l’ha tolto.
Pietose essequie fangli. Il pio Buglione,
Ch’antica selva si recida, impone.

CANTO TERZO.

Già l’aura messaggiera erasi desta
A nunziar che se ne vien l’aurora:
Ella intanto s’adorna, e l’aurea testa
4Di rose, colte in Paradiso, infiora;
Quando il campo, ch’ all’arme omai s’appresta,
In voce mormorava alta e sonora,
E prevenia le trombe: e queste poi
8Dier più lieti e canori i segni suoi.

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II.

Il saggio Capitan con dolce morso
I desiderj lor guida e seconda:
Chè più facil saria svolger il corso
12Presso Cariddi alla volubil’onda,
O tardar Borea, allor che scuote il dorso
Dell’Apennino, e i legni in mare affonda.
Gli ordina, gl’incammina, e ’n suon gli regge
16Rapido sì, ma rapido con legge.

III.

Ali ha ciascuno al core, ed ali al piede:
Nè del suo ratto andar però s’accorge.
Ma quando il sol gli aridi campi fiede
20Con raggj assai ferventi, e in alto sorge;
Ecco apparir Gerusalem si vede:
Ecco additar Gerusalem si scorge:
Ecco da mille voci unitamente
24Gerusalemme salutar si sente.

IV.

Così di naviganti audace stuolo,
Che mova a ricercar estranio lido,
E in mar dubbioso, e sotto ignoto polo
28Provi l’onde fallaci, e ’l vento infido;
S’alfin discopre il desiato suolo,
Il saluta da lunge in lieto grido:
E l’uno all’altro il mostra, e intanto oblia
32La noja, e ’l mal della passata via.

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V.

Al gran piacer che quella prima vista
Dolcemente spirò nell’altrui petto,
Alta contrizion successe, mista
36Di timoroso e riverente affetto.
Osano appena d’innalzar la vista
Ver la Città, di Cristo albergo eletto;
Dove morì, dove sepolto fue,
40Dove poi rivestì le membra sue.

VI.

Sommessi accenti, e tacite parole,
Rotti singulti, e flebili sospiri
Della gente, che in un s’allegra, e duole,
44Fan che per l’aria un mormorio s’aggiri;
Qual nelle folte selve udir si suole,
S’avvien che tra le frondi il vento spiri:
O quale infra gli scoglj, o presso ai lidi
48Sibila il mar, percosso, in rauchi stridi.

VII.

Nudo ciascuno il piè calca il sentiero;
Chè l’esempio de’ Duci ogni altro move.
Serico fregio o d’or, piuma o cimiero
52Superbo dal suo capo ogn’un rimove:
Ed insieme del cor l’abito altero
Depone, e calde e píe lagrime piove.
Pur, quasi al pianto abbia la via rinchiusa,
56Così parlando ogn’un se stesso accusa:

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VIII.

Dunque ove tu, Signor, di mille rivi
Sanguinosi il terren lasciasti asperso,
D’amaro pianto almen duo fonti vivi
60In sì acerba memoria oggi non verso?
Agghiacciato mio cor, chè non derivi
Per gli occhj, e stilli in lagrime converso?
Duro mio cor, chè non ti spetri e frangi?
64Pianger ben merti ogn’or, s’ora non piangi.

IX.

Dalla Cittade intanto un ch’alla guarda
Sta d’alta torre, e scopre i monti e i campi,
Colà giuso la polve alzarsi guarda,
68Sicchè par che gran nube in aria stampi:
Par che baleni quella nube ed arda,
Come di fiamme gravida e di lampi:
Poi lo splendor di lucidi metalli
72Scerne, e distingue gli uomini, e i cavalli.

X.

Allor gridava: oh qual per l’aria stesa
Polvere i’ veggio! o come par che splenda!
Su, suso, o cittadini, alla difesa
76S’armi ciascun veloce, e i muri ascenda:
Già presente è il nemico. E poi ripresa
La voce: ogn’un s’affretti, e l’arme prenda:
Ecco il nemico, è quì: mira la polve,
80Che sotto orrida nebbia il cielo involve.

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XI.

I semplici fanciulli, e i vecchj inermi,
E ’l volgo delle donne sbigottite,
Che non sanno ferir, nè fare schermi,
84Traean supplici e mesti alle Meschite.
Gli altri di membra, e d’animo più fermi
Già frettolosi l’arme avean rapite.
Accorre altri alle porte, altri alle mura:
88Il Re va intorno, e ’l tutto vede e cura.

XII.

Gli ordini diede, e poscia ei si ritrasse
Ove sorge una torre infra due porte,
Sicch’è presso al bisogno; e son più basse
92Quindi le piaggie, e le montagne scorte.
Volle che quivi seco Erminia andasse:
Erminia bella, ch’ei raccolse in corte,
Poi ch’a lei fu dalle Cristiane squadre
96Presa Antiochia, e morto il Re suo padre.

XIII.

Clorinda intanto incontra ai Franchi è gita:
Molti van seco, ed ella a tutti è innante.
Ma in altra parte, ond’è secreta uscita,
100Sta preparato alle riscosse Argante.
La generosa i suoi seguaci incíta
Co’ detti, e con l’intrepido sembiante:
Ben con alto principio a noi conviene,
104Dicea, fondar dell’Asia oggi la spene.

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XIV.

Mentre ragiona a’ suoi, non lunge scorse
Un Franco stuolo addur rustiche prede;
Che (come è l’uso) a depredar precorse;
108Or con gregge, ed armenti al campo riede.
Ella ver lor, e verso lei sen corse
Il Duce lor, ch’a se venir la vede.
Gardo il Duce è nomato, uom di gran possa,
112Ma non già tal ch’a lei resister possa.

XV.

Gardo a quel fero scontro è spinto a terra
In su gli occhj de’ Franchi e de’ Pagani,
Ch’allor tutti gridar, di quella guerra
116Lieti augurj prendendo, i quai fur vani.
Spronando addosso agli altri ella si serra,
E val la destra sua per cento mani.
Seguirla i suoi guerrier per quella strada
120Che spianar gli urti, e che s’aprì la spada.

XVI.

Tosto la preda al predator ritoglie:
Cede lo stuol de’ Franchi a poco a poco;
Tanto che’n cima a un colle ei si raccoglie,
124Ove ajutate son l’arme dal loco.
Allor, siccome turbine si scioglie
E cade dalle nubi aereo foco,
Il buon Tancredi, a cui Goffredo accenna,
128Sua squadra mosse, ed arrestò l’antenna.

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XVII.

Porta sì salda la gran lancia, e in guisa
Vien feroce e leggiadro il giovinetto;
Che veggendolo d’alto il Re, s’avvisa
132Che sia guerriero infra gli scelti eletto.
Onde dice a colei ch’è seco assisa,
E che già sente palpitarsi il petto:
Ben conoscer dei tu per sì lungo uso
136Ogni Cristian, benchè nell’armi chiuso.

XVIII.

Chi è dunque costui che così bene
S’adatta in giostra, e fero in vista è tanto?
A quella, in vece di risposta, viene
140Su le labra un sospir, su gli occhj il pianto.
Pur gli spirti e le lagrime ritiene,
Ma non così che lor non mostri alquanto:
Chè gli occhj pregni un bel purpureo giro
144Tinse, e roco spuntò mezzo il sospiro.

XIX.

Poi gli dice infingevole, e nasconde
Sotto il manto dell’odio altro desio:
Oimè! bene il conosco, ed ho ben donde
148Deggia fra mille riconoscerl’io:
Chè spesso il vidi i campi e le profonde
Fosse del sangue empir del popol mio.
Ahi quanto è crudo nel ferire! a piaga
152Ch’ei faccia, erba non giova, od arte maga.

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XX.

Egli è il Prence Tancredi: oh prigioniero
Mio fosse un giorno! e nol vorrei già morto:
Vivo il vorrei, perchè’n me desse al fero
156Desio dolce vendetta alcun conforto.
Così parlava, e de’ suoi detti il vero,
Da chi l’udiva, in altro senso è torto;
E fuor n’uscì con le sue voci estreme
160Misto un sospir ch’indarno ella già preme.

XXI.

Clorinda intanto ad incontrar l’assalto
Va di Tancredi, e pon la lancia in resta.
Ferirsi alle visiere, e i tronchi in alto
164Volaro, e parte nuda ella ne resta:
Chè, rotti i laccj all’elmo suo, d’un salto
(Mirabil colpo!) ei le balzò di testa:
E le chiome dorate al vento sparse,
168Giovane donna in mezzo ’l campo apparse.

XXII.

Lampeggiar gli occhj, e folgorar gli sguardi
Dolci nell’ira, or che sarian nel riso?
Tancredi, a chè pur pensi? a chè pur guardi?
172Non riconosci tu l’amato viso?
Quest’è pur quel bel volto, onde tutt’ardi:
Tuo core il dica, ov’è il suo esempio inciso:
Questa è colei che rinfrescar la fronte
176Vedesti già nel solitario fonte.

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Tancredi a che pur pensi, a che pur guardi?
Non riconosci tu l’amato viso?

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XXIII.

Ei ch’al cimiero, ed al dipinto scudo
Non badò prima, or, lei veggendo, impetra.
Ella, quanto può meglio, il capo ignudo
180Si ricopre, e l’assale; ed ei s’arretra.
Va contra gli altri, e ruota il ferro crudo;
Ma però da lei pace non impetra;
Che minacciosa il segue, e volgi, grida:
184E di due morti in un punto lo sfida.

XXIV.

Percosso il cavalier non ripercote;
Nè sì dal ferro a riguardarsi attende,
Come a guardar i begli occhj e le gote,
188Ond’Amor l’arco inevitabil tende.
Fra se dicea: van le percosse vote
Talor che la sua destra armata scende:
Ma colpo mai del bello ignudo volto
192Non cade in fallo, e sempre il cor m’è colto.

XXV.

Risolve alfin, benchè pietà non spere,
Di non morir, tacendo, occulto amante.
Vuol ch’ella sappia ch’un prigion suo fere
196Già inerme, e supplichevole e tremante.
Onde le dice: o tu che mostri avere
Per nemico me sol fra turbe tante,
Usciam di questa mischia; ed in disparte
200Io potrò teco, e tu meco provarte.

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XXVI.

Così me’ si vedrà s’al tuo s’agguaglia
Il mio valore; ella accettò l’invito:
E come esser senz’elmo a lei non caglia,
204Gía baldanzosa, ed ei seguia smarrito.
Recata s’era in atto di battaglia
Già la Guerriera, e già l’avea ferito;
Quand’egli, or ferma, disse; e siano fatti
208Anzi la pugna della pugna i patti.

XXVII.

Fermossi, e lui di pauroso audace
Rendè in quel punto il disperato amore.
I patti sian, dicea, poichè tu pace
212Meco non vuoi, che tu mi tragga il core.
Il mio cor, non più mio, s’a te dispiace
Ch’egli più viva, volontario more.
È tuo gran tempo: e tempo è ben che trarlo
216Omai tu debba; e non debb’io vietarlo:

XXVIII.

Ecco, le braccia inchino, e t’appresento
Senza difesa il petto: or che nol fiedi?
Vuoi ch’agevoli l’opra? io son contento
220Trarmi l’usbergo or or, se nudo il chiedi.
Distinguea forse in più duro lamento
I suoi dolori il misero Tancredi;
Ma calca l’impedisce intempestiva
224De’ Pagani e de’ suoi che soprarriva.

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XXIX.

Cedean cacciati dallo stuol Cristiano
I Palestini, o sia temenza od arte.
228Un de’ persecutori, uomo inumano,
Videle sventolar le chiome sparte,
E da tergo in passando, alzò la mano
Per ferir lei ne la sua ignuda parte;
232Ma Tancredi gridò, che se n’accorse,
E con la spada a quel gran colpo accorse.

XXX.

Pur non gì tutto invano, e ne’ confini
Del bianco collo il bel capo ferille.
Fu levissima piaga, e i biondi crini
236Rosseggiaron così d’alquante stille,
Come rosseggia l’or che di rubini
Per man d’illustre artefice sfaville.
Ma il Prence infuriato, allor si spinse
240Addosso a quel villano, e ’l ferro strinse.

XXXI.

Quel si dilegua, e questi acceso d’ira
Il segue; e van come per l’aria strale.
Ella riman sospesa, ed ambo mira
244Lontani molto, nè seguir le cale:
Ma co’ suoi fuggitivi si ritira;
Talor mostra la fronte, e i Franchi assale:
Or si volge, or rivolge, or fugge, or fuga;
248Nè si può dir la sua caccia, nè fuga.

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XXXII.

Tal gran tauro talor nell’ampio agone,
Se volge il corno ai cani, onde è seguito,
S’arretran essi; e s’a fuggir si pone,
252Ciascun ritorna a seguitarlo ardito.
Clorinda, nel fuggir, da tergo oppone
Alto lo scudo, e ’l capo è custodito.
Così coperti van ne’ giuochi Mori
256Dalle palle lanciate i fuggitori.

XXXIII.

Già questi seguitando, e quei fuggendo
S’erano all’alte mura avvicinati;
Quando alzaro i Pagani un grido orrendo,
260E indietro si fur subito voltati:
E fecero un gran giro, e poi volgendo
Ritornaro a ferir le spalle e i lati:
E intanto Argante giù movea dal monte
264La schiera sua, per assalirgli a fronte.

XXXIV.

Il feroce Circasso uscì di stuolo;
Ch’esser voll’egli il feritor primiero:
E quegli, in cui ferì, fu steso al suolo,
268E sossopra in un fascio il suo destriero:
E pria che l’asta in tronchi andasse a volo,
Molti, cadendo, compagnia gli fero;
Poi stringe il ferro, e quando giunge appieno,
272Sempre uccide, od abbatte, o piaga almeno.

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XXXV.

Clorinda emula sua tolse di vita
Il forte Ardelio, uom già d’età matura;
Ma di vecchiezza indomita, e munita
276Di due gran figlj, e pur non fu sicura;
Ch’Alcandro il maggior figlio aspra ferita
Rimosso avea dalla paterna cura:
E Poliferno, che restogli appresso,
280A gran pena salvar potè se stesso.

XXXVI.

Ma Tancredi, dappoi ch’egli non giunge
Quel villan, che destriero ha più corrente,
Si mira addietro, e vede ben che lunge
284Troppo è trascorsa la sua audace gente:
Vedela intorniata, e ’l corsier punge,
Volgendo il freno, e là s’invia repente:
Ned egli solo i suoi guerrier soccorre;
288Ma quello stuol ch’a tutti i rischj accorre.

XXXVII.

Quel di Dudon avventurier drappello,
Fior degli eroi, nerbo e vigor del campo.
Rinaldo il più magnanimo e ’l più bello,
292Tutti precorre; ed è men ratto il lampo.
Ben tosto il portamento e ’l bianco augello
Conosce Erminia nel celeste campo;
E dice al Re che ’n lui fissa lo sguardo:
296Eccoti il domator d’ogni gagliardo.

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XXXVIII.

Questi ha nel pregio della spada eguali
Pochi, o nessuno, ed è fanciullo ancora.
Se fosser tra’ nemici altri sei tali,
300Già Soria tutta vinta e serva fora:
E già domi sarebbono i più australi
Regni, e i regni più prossimi all’aurora:
E forse il Nilo occulterebbe invano,
304Dal giogo, il capo incognito e lontano.

XXXIX.

Rinaldo ha nome; e la sua destra irata
Teman più d’ogni machina le mura.
Or volgi gli occhj ov’io ti mostro, e guata
308Colui che d’oro e verde ha l’armatura:
Quegli è Dudone, ed è da lui guidata
Questa schiera, che schiera è di ventura:
È guerrier d’alto sangue, e molto esperto,
312Che d’età vince, e non cede di merto.

XL.

Mira quel grande ch’è coperto a bruno,
È Gernando il fratel del Re Norvegio:
Non ha la terra uom più superbo alcuno;
316Questo sol de’ suoi fatti oscura il pregio.
E son que’ due che van sì giunti in uno,
Ed han bianco il vestir, bianco ogni fregio,
Gildippe ed Odoardo, amanti e sposi,
320In valor d’arme, e in lealtà famosi.

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XLI.

Così parlava; e già vedean là sotto
Come la strage più e più s’ingrosse,
Chè Tancredi e Rinaldo il cerchio han rotto,
324Benchè d’uomini denso e d’armi fosse.
E poi lo stuol ch’è da Dudon condotto
Vi giunse, ed aspramente anco il percosse.
Argante, Argante stesso, ad un grand’urto
328Di Rinaldo, abbattuto, appena è surto.

XLII.

Nè sorgea forse; ma in quel punto stesso
Al figliuol di Bertoldo il destrier cade:
E restandogli sotto il piede oppresso,
332Convien ch’indi a ritrarlo alquanto bade.
Lo stuol Pagan frattanto in rotta messo,
Si ripara fuggendo alla Cittade.
Soli Argante e Clorinda, argine e sponda
336Sono al furor che lor da tergo inonda.

XLIII.

Ultimi vanno, e l’impeto seguente
In lor s’arresta alquanto, e si reprime;
Sicchè potean men perigliosamente
340Quelle genti fuggir, che fuggian prime.
Segue Dudon nella vittoria ardente
I fuggitivi, e ’l fer Tigrane opprime
Con l’urto del cavallo; e con la spada
344Fa che scemo del capo a terra cada.

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XLIV.

Nè giova ad Algazzarre il fino usbergo,
Ned a Corban robusto il forte elmetto;
Chè in guisa lor ferì la nuca e ’l tergo,
348Che ne passò la piaga al viso, al petto:
E per sua mano ancor del dolce albergo
L’alma uscì d’Amuratte, e di Meemetto,
E del crudo Almansor; nè ’l gran Circasso
352Può sicuro da lui mover il passo.

XLV.

Freme in se stesso Argante, e pur talvolta
Si ferma e volge, e poi cede pur anco.
Alfin così improvviso a lui si volta,
356E di tanto rovescio il coglie al fianco,
Che dentro il ferro vi s’immerge, e tolta
È dal colpo la vita al Duce Franco.
Cade, e gli occhj ch’appena aprir si ponno,
360Dura quiete preme, e ferreo sonno.

XLVI.

Gli aprì tre volte, e i dolci rai del Cielo
Cercò fruire, e sovra un braccio alzarsi:
E tre volte ricadde, e fosco velo
364Gli occhj adombrò, che stanchi alfin serrarsi.
Si dissolvono i membri, e ’l mortal gelo
Irrigiditi, e di sudor gli ha sparsi.
Sovra il corpo già morto il fero Argante
368Punto non bada, e via trascorre avante.

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XLVII.

Con tutto ciò, sebben d’andar non cessa,
Si volge ai Franchi, e grida: o cavalieri,
Questa sanguigna spada è quella stessa,
372Che ’l Signor vostro mi donò pur jeri:
Ditegli come in uso oggi l’ho messa;
Ch’udirà la novella ei volentieri:
E caro esser gli dee che ’l suo bel dono
376Sia conosciuto al paragon sì buono.

XLVIII.

Ditegli che vederne omai s’aspetti
Nelle viscere sue più certa prova:
E quando d’assalirne ei non s’affretti,
380Verrò, non aspettato, ov’ei si trova.
Irritati i Cristiani ai feri detti,
Tutti ver lui già si moveano a prova;
Ma con gli altri esso è già corso in sicuro
384Sotto la guardia dell’amico muro.

XLIX.

I difensori a grandinar le pietre
Dall’alte mura in guisa incominciaro;
E quasi innumerabili faretre,
388Tante saette agli archi ministraro;
Che forza è pur, che ’l Franco stuol s’arretre:
E i Saracin nella cittade entraro.
Ma già Rinaldo, avendo il piè sottratto
392Al giacente destrier, s’era quì tratto.

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L.

Venia per far nel barbaro omicida
Dell’estinto Dudone aspra vendetta;
E fra’ suoi giunto, alteramente grida:
396Or qual indugio è questo? e chè s’aspetta?
Poich’è morto il Signor che ne fu guida,
Chè non corriamo a vendicarlo in fretta?
Dunque in sì grave occasion di sdegno
400Esser può fragil muro a noi ritegno?

LI.

Non, se di ferro doppio, o d’adamante
Questa muraglia impenetrabil fosse,
Colà dentro sicuro il fero Argante
404S’appiatteria dalle vostr’alte posse.
Andiam pure all’assalto: ed egli innante
A tutti gli altri in questo dir si mosse;
Chè nulla teme la sicura testa
408O di sassi o di strai, nembo o tempesta.

LII.

Ei crollando il gran capo, alza la faccia
Piena di sì terribile ardimento,
Che sin dentro alle mura i cori agghiaccia
412Ai difensor d’insolito spavento.
Mentre egli altri rincora, altri minaccia,
Sopravvien chi reprime il suo talento:
Chè Goffredo lor manda il buon Sigiero,
416De’ gravi imperj suoi nunzio severo.

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LIII.

Questi sgrida, in suo nome, il troppo ardire,
E incontinente il ritornar impone.
Tornatene, dicea, ch’alle vostr’ire
420Non è il loco opportuno, o la stagione.
Goffredo il vi comanda. A questo dire
Rinaldo sè frenò, ch’altrui fu sprone:
Benchè dentro ne frema, e in più d’un segno
424Dimostri fuore il mal celato sdegno.

LIV.

Tornar le schiere indietro, e dai nemici
Non fu il ritorno lor punto turbato.
Nè in parte alcuna de gli estremi uficj
428Il corpo di Dudon restò fraudato.
Su le pietose braccia i fidi amici
Portarlo, caro peso ed onorato.
Mira intanto il Buglion d’eccelsa parte
432Della forte Cittade il sito e l’arte.

LV.

Gerusalem sovra due colli è posta
D’impari altezza, e volti fronte a fronte:
Va per lo mezzo suo valle interposta
436Che lei distingue, e l’un dall’altro monte.
Fuor da tre lati ha malagevol costa:
Per l’altro vassi, e non par che si monte.
Ma d’altissime mura è più difesa
440La parte piana, e incontra Borea stesa.

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LVI.

La Città dentro ha lochi, in cui si serba
L’acqua che piove, e laghi e fonti vivi:
Ma fuor la terra intorno è nuda d’erba,
444E di fontane sterile, e di rivi.
Nè si vede fiorir lieta e superba
D’alberi, e fare schermo ai raggj estivi;
Se non se in quanto oltra sei miglia un bosco
448Sorge d’ombre nocenti orrido e fosco.

LVII.

Ha da quel lato donde il giorno appare,
Del felice Giordan le nobil’onde.
E dalla parte occidental del mare
452Mediterraneo le arenose sponde.
Verso Borea è Betel, ch’alzò l’altare
Al bue dell’oro, e la Samaria; e donde
Austro portar le suol piovoso nembo,
456Betelem che ’l gran parto ascose in grembo.

LVIII.

Or mentre guarda e l’alte mura e ’l sito
Della Città, Goffredo, e del paese;
E pensa ove s’accampi, onde assalito
460Sia il muro ostil più facile all’offese;
Erminia il vide, e dimostrollo a dito
Al Re pagano, e così a dir riprese:
Goffredo è quel che nel purpureo manto
464Ha di regio e d’augusto in se cotanto.

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LIX.

Veramente è costui nato all’impero,
Sì del regnar, del comandar sa l’arti:
E non minor che Duce è Cavaliero;
468Ma del doppio valor tutte ha le parti.
Nè fra turba sì grande uom più guerriero,
O più saggio di lui potrei mostrarti.
Sol Raimondo in consiglio, ed in battaglia
472Sol Rinaldo e Tancredi a lui s’agguaglia.

LX.

Risponde il Re pagan: ben ho di lui
Contezza, e ’l vidi alla gran corte in Francia,
Quand’io d’Egitto messaggier vi fui:
476E ’l vidi in nobil giostra oprar la lancia.
E sebben gli anni giovinetti sui
Non gli vestian di piume ancor la guancia,
Pur dava, ai detti all’opre alle sembianze,
480Presagio omai d’altissime speranze.

LXI.

Presagio ahi troppo vero! e quì le ciglia
Turbate inchina, e poi le innalza, e chiede:
Dimmi chi sia colui c’ha pur vermiglia
484La sopravveste, e seco a par si vede.
Oh quanto di sembianti a lui simiglia,
Sebben alquanto di statura cede.
È Baldovin, risponde, e ben si scopre
488Nel volto a lui fratel, ma più nell’opre.

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LXII.

Or rimira colui, che quasi in modo
D’uomo che consigli, sta dall’altro fianco:
Quegli è Raimondo, il qual tanto ti lodo
492D’accorgimento, uom già canuto e bianco.
Non è chi tesser me’ bellico frodo
Di lui sapesse, o sia Latino o Franco.
Ma quell’altro più in là, ch’orato ha l’elmo,
496Del Re Britanno è il buon figliuol Guglielmo.

LXIII.

V’è Guelfo seco, egli è d’opre leggiadre
Emulo, e d’alto sangue, e d’alto stato.
Ben il conosco alle sue spalle quadre,
500Ed a quel petto colmo e rilevato.
Ma ’l gran nemico mio tra queste squadre
Già riveder non posso, e pur vi guato.
Io dico Boemondo il micidiale,
504Distruggitor del sangue mio reale.

LXIV.

Così parlavan questi; e ’l Capitano,
Poi ch’intorno ha mirato, ai suoi discende.
E perchè crede che la Terra invano
508S’oppugneria, dove il più erto ascende;
Contra la porta aquilonar, nel piano
Che con lei si congiunge, alza le tende;
E quinci procedendo, infra la torre
512Che chiamano Angolar, gli altri fa porre.

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LXV.

Da quel giro del campo è contenuto
Della cittade il terzo, o poco meno:
Chè d’ogni intorno non avria potuto
516(Cotanto ella volgea) cingerla appieno.
Ma le vie tutte, ond’aver puote ajuto,
Tenta Goffredo d’impedirle almeno:
Ed occupar fa gli opportuni passi,
520Onde da lei si viene, ed a lei vassi.

LXVI.

Impon che sian le tende indi munite
E di fosse profonde, e di trinciere:
Che d’una parte a cittadine uscite,
524Dall’altra oppone a correríe straniere.
Ma poi che fur queste opere fornite,
Voll’egli il corpo di Dudon vedere:
E colà trasse, ove il buon Duce estinto
528Da mesta turba e lagrimosa è cinto.

LXVII.

Di nobil pompa i fidi amici ornaro
Il gran feretro, ove sublime ei giace.
Quando Goffredo entrò, le turbe alzaro
532La voce assai più flebile e loquace.
Ma con volto nè torbido, nè chiaro
Frena il suo affetto il pio Buglione, e tace.
E poi che ’n lui, pensando, alquanto fisse
536Le luci ebbe tenute, alfin sì disse.

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LXVIII.

Già non si deve a te doglia nè pianto;
Chè se muori nel mondo, in Ciel rinasci:
E quì dove ti spogli il mortal manto,
540Di gloria impresse alte vestigia lasci.
Vivesti qual guerrier Cristiano e santo;
E come tal sei morto: or godi, e pasci
In Dio gli occhj bramosi, o felice alma,
544Ed hai del ben oprar corona e palma.

LXIX.

Vivi beata pur; chè nostra sorte,
Non tua sventura a lagrimar n’invita:
Posciach’al tuo partir sì degna e forte
548Parte di noi fa col tuo piè partita.
Ma se questa, che ’l volgo appella morte,
Privati ha noi d’una terrena aita;
Celeste aita ora impetrar ne puoi,
552Che ’l Ciel t’accoglie infra gli eletti suoi.

LXX.

E come, a nostro pro, veduto abbiamo
Ch’usavi, uom già mortal, l’arme mortali;
Così vederti oprare anco speriamo,
556Spirto divin, l’arme del Ciel fatali.
Impara i voti omai, ch’a te porgiamo,
Raccorre, e dar soccorso ai nostri mali:
Indi vittoria annunzio: a te devoti
560Solverem trionfando, al tempio, i voti.

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LXXI.

Così diss’ egli: e già la notte oscura
Avea tutti del giorno i raggj spenti;
E con l’oblío d’ogni nojosa cura
564Ponea tregua alle lagrime, ai lamenti.
Ma il Capitan ch’espugnar mai le mura
Non crede senza i bellici stromenti,
Pensa ond’abbia le travi, ed in quai forme
568Le machine componga, e poco dorme.

LXXII.

Sorse a pari col Sole, ed egli stesso
Seguir la pompa funeral poi volle.
A Dudon d’odorifero cipresso
572Composto hanno il sepolcro appiè d’un colle,
Non lunge agli steccati; e sovra ad esso
Un’altissima palma i rami estolle.
Or quì fu posto; e i sacerdoti intanto
576Quiete all’alma gli pregar col canto.

LXXIII.

Quinci e quindi fra i rami erano appese
Insegne, e prigioniere arme diverse,
Già da lui tolte in più felici imprese
580Alle genti di Siria, ed alle Perse.
Della corazza sua, dell’altro arnese
In mezzo il grosso tronco si coperse.
Quì (vi fu scritto poi) giace Dudone:
584Onorate l’altissimo campione.

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LXXIV.

Ma il pietoso Buglion, poi che da questa
Opra si tolse dolorosa e pia;
Tutti i fabbri del campo alla foresta
588Con buona scorta di soldati invia.
Ella è tra valli ascosa, e manifesta
L’avea fatta a i Francesi uom di Soria.
Qui per troncar le machine n’andaro,
592A cui non abbia la Città riparo.

LXXV.

L’un l’altro esorta, che le piante atterri,
E faccia al bosco inusitati oltraggj.
Caggion recise da’ taglienti ferri
596Le sacre palme, e i frassini selvaggj:
I funebri cipressi, e i pini, e i cerri,
L’elci frondose, e gli alti abeti, e i faggj:
Gli olmi mariti, a cui talor s’appoggia
600La vite, e con piè torto al ciel sen poggia.

LXXVI.

Altri i tassi, e le quercie altri percote,
Che mille volte rinnovar le chiome;
E mille volte ad ogni incontro immote
604L’ire de’ venti han rintuzzate e dome:
Ed altri impone alle stridenti rote
D’orni e di cedri l’odorate some.
Lascian al suon dell’arme, al vario grido,
608E le fere e gli augei la tana e ’l nido.

Fonte : PositanoNews.it

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