Sabato 20 giugno, a Pastena, una cerimonia celebrerà il legame tra il territorio e il celebre frate domenicano, nell’ambito del 50° anniversario dell’Archeoclub locale.
MASSA LUBRENSE – Un tuffo nella storia e nella devozione popolare. Sabato 20 giugno, alle ore 18:30, la frazione di Pastena diventerà teatro di un significativo appuntamento culturale e religioso: la cerimonia di scoprimento e benedizione dell’edicola maiolicata del Santissimo Sacramento, recentemente ricollocata in via Cigliari.
L’evento, di grande valore simbolico per la comunità locale, si inserisce nel più ampio programma di celebrazioni per il 50° anniversario di fondazione della sede di Massa Lubrense dell’Archeoclub d’Italia. La parrocchia di San Paolo Apostolo, promotrice dell’iniziativa, intende così valorizzare il patrimonio artistico e spirituale del territorio, restituendo al pubblico un segno tangibile della fede e della tradizione.
Il ricordo di Padre Rocco
La manifestazione proseguirà all’interno della chiesa parrocchiale, dove il relatore Gennaro Galano intratterrà i presenti sulla figura di Padre Rocco (al secolo Francesco Ruocco). La scelta di approfondire questa personalità non è casuale: il “grande domenicano”, uomo di famiglia massese, è passato alla storia per aver inventato e diffuso a Napoli l’uso delle edicole votive illuminate.
Padre Rocco non fu solo un religioso, ma una figura emblematica del XVIII secolo, capace di unire il rigore della vita conventuale a un impegno sociale straordinario. Come scriveva l’Arcivescovo Alfonso Capecelatro nella sua biografia dedicata al frate, Padre Rocco fu un vero “benefattore” del popolo napoletano, non solo sul piano spirituale ma anche su quello civile.
Un riformatore “popolare”
Figura carismatica e umile, Padre Rocco scelse di non schierarsi con le fazioni politiche del suo tempo, preferendo agire come mediatore tra il popolo e il potere. Il suo metodo era semplice ma rivoluzionario per l’epoca: farsi amare dal popolo per guidarlo verso la fede e, al contempo, guadagnarsi l’autorevolezza necessaria per spingere i regnanti a compiere opere di bene verso i più bisognosi.
La sua eredità, fatta di devozione e impegno quotidiano per il prossimo, vive ancora oggi attraverso le iconiche edicole votive che adornano le strade di Napoli e della provincia, testimonianza visiva di un passato in cui la fede si faceva “luce” tra i vicoli.
L’appuntamento di sabato è dunque un’occasione imperdibile per riscoprire non solo la bellezza del restauro di via Cigliari, ma soprattutto la memoria di un uomo, il Padre Rocco, che seppe lasciare un segno indelebile nel cuore di intere generazioni.
LA VITA DEL PADRE ROCCO NARRATA PARTICOLARMENTE AI POPOLANI DA ALFONSO CAPECELATRO
dell’ oratorio ARCIVESCOVO DI CAPUA E PRELATO DOMESTICO DI S. S. SIENA
*Tipografia edit. all’ m$. di S, Bernardino 1881
Verso la tfietà dell’ anno i8jgfui chiamato dal beatissimo e sapientissimo “Papa Nostro Leone XIII a vivere in Vaticano con l’ ufficio di Sotto ‘Bibliotecario di Santa Romana Chiesa. Intanto che nelle ore del giorno adoperavo a compiere il mio ufficio, e a conoscere man mano quel gran tesoro eh’ è la Biblioteca Vaticana, nelle lunghe serate d’inverno me ne stavo chetamente con un vecchio mio domestico nella solitudine di quell’ ampissimo Palalo. Ma per non restare affatto inoperoso le ore della sera, mi provai di conversare con una antica mia conoscenza eh’ è il buon Padre Rocco; nè l’ esser lui già morto da un secolo valse ad impedirmelo. Pensai a lui, lessi di lui,- e gettai su la carta qua e là qualche cosuccia intorno a ciò eh’ egli avea fatto e detto, quale vero amico che fu del popolo Napoletano. Il conversare con quel buon Padre mi fruttò diletto ; che anche coi morti, e anqi spesso
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con essi più che coi vivi, si conversa piacevolmente.. Per tal modo mi risolvei di scrivere una breve Vita del Padre Rocco, e la scrissi.
Venuta poi V estate, nella quale, a cagione della malferma salute, m’è fora di soprassedere alle occupazioni più gravi, e poi chiamato, per bontà del Pontefice, al governo di questa diletta Chiesa Capuana, ho tenuto parecchio tempo quel manoscritto a dormire nello’ scrittojo. Oggi poi che son due mesi dacché venni qui in Capua, mi risolvo di pubblicarlo, gettandovi appena’ sopra una rapida occhiata. V ufficio Pastorale, che è assai superiore alle mie forze, non mi consente, almen per ora, più che tanto. Nondimeno prego i miei lettori,, che mi sono stati sempre benevoli, che ora anche siano benevoli e anzi indulgenti a questo mio scritto.
Sarà questo l’ ultimo libro che io lor darò ? Lo sa Iddio. Io solo dico che, poiché ho dovuto sobbarcarmi all’ ufficio tanto arduo e temibile di Pastore, ad esso d’ ora in poi saranno volti principalissimamente i pensieri, gli affetti e le cure mie.
Capua, 2i Gennaio 1881.
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quasi un secolo da che morì in Napoli nel convento di Santo Spirito, oggi distrutto, un frate Domenicano, che non rifulse nè per istraordinario splendore di scienza, nè. per alcuna di quelle doti che sono di lor natura più appariscenti. Fu anzi in tutta la vita un frate umile e povero, secondo il rigore del suo Istituto. Nondimeno il popolo napoletano questo frate non l’ha dimenticato ; e ancora oggi lo tiene presente alla sua fantasia, e ne parla come d’una persona morta ieri, e che esso conobbe e amò. La ragione è che questo frate, detto comunemente il Padre Rocco, fu buono, amò molto, e beneficò molto i popolani della nostra città. Laonde, ancorché dei benificati non ne sopravviva neppure uno, non però s’è cancellata dal cuore del popolo la dolce memoria di lui. Invece la tramandarono spontaneamente i padri ai figliuoli, come nelle buone famiglie si tramandano le memorie dei cari vecchi che le benedissero e le prosperarono : poi dai figliuoli, con egual sollecitudine, passò nei
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nipoti loro insino a noi. Però anche oggi, nei giorni più tristi e melanconici, il pensare al P. Rocco e ai suoi benefìzi riesce a qualcuno dei nostri popolani di consolazione ; e se tu ne parli in un crocchio di loro, una pura gioja brilla negli occhi di molti. Intanto, mentre che quasi tutti i nostri popolani non ignorano il P. Rocco essere stato un bravo e santo uomo, il quale pose molto amore al popolo, e perciò fu benedetto innanzi a Dio; quasi niuno di essi sa di quel eh’ ei fece per loro. La ragione è che l’idea generica del benefattore e del servo di Dio sopravvive tuttora nella calda fantasia dei Napoletani; ma la memoria dei fatti particolari della sua vita s’è andata a poco a poco dileguando, come si dilegua il suono d’una dolce armonia secondo che da essa ci allontaniamo.
Or bene, volgendo io queste cose in mente, m’è nato nell’ animo il pensiero di ringiovanire la memoria della vita del P. Rocco col raccontarla, e, particolarmente al popolo che fu come il suo figliuolo prediletto. È un tema, il quale, ai Napoletani soprattutto, non dovrebbe esser mal gradito ; perciocché il P. Rocco è un nostro vero benefattore e una delle nostre glorie più pure, ancorché non sia delle più grandi. Vi sono poi alcune altre ragioni particolari che mi hanno indotto a scrivere questo librettino, le quali ora accennerò alla cara famiglia dei miei lettori.
Il Padre Rocco fu un frate Domenicano; e può giovare lui forse più d’ ogni altro a farci amare i frati, smettendo quegl’ ignobili e volgari pregiudizj, onde si pasce 1’ età nostra contro di loro. Dire che i frati, quando corrispondono al loro Istituto, la Chiesa li considera come una gemma preziosa, vai meno che niente ai nostri giorni. Neppur giova, per esempio, il ricordare che Dante, quel Dante tanto da noi celebrato, li levò a cielo, e fece dei due più grandi istitutori di Frati, S. Domenico e S-
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Francesco, un panegirico, di cui non fu mai fatto il più bello. Dovrebbe forse riuscir meglio il ricordare le opere stupende, onde i frati arricchirono il mondo, negli ordini della perfezione morale, delle’ scienze, delle arti, del? erudizione, delle lettere. Ma,’ oltre che cotesto argomento è dei più usati, vale quasi esclusivamente per gli uomini pii e culti, e tocca poco le moltitudini. Ancora, per quanto questo modo di difesa sia bello e splendido, non però oppugna direttamente P accusa più comune oggi contro frati e preti, che cioè sieno inutili alla società civile : la quale però considerano miseramente rimpicciolita nella stretta regione dei beni materiali. Il P. Rocco per lo contrario può riuscire per un altro modo un’ opportuna apologia dei Religiosi ai dì nostri. Nell’ atto eh’ ei si rivelò un ottimo frate e un vero servo di Dio, spese quasi tutta la vita sua nel beneficare non solo spiritual- mente, ma anche temporalmente il popolo napoletano. Fu anzi singolare più tosto pei suoi benefizi temporali, che per gli spirituali ; ancorché riesca bello soprattutto il vedere come sapesse armonizzare gli uni con gli altri, e far servire i minori ai maggiori, secondo P indole propria del Cristianesimo.
Ma, poiché ci siamo incontrati in un frate, che al secolo XVIII fu singoiar benefattore del popolo negli ordini temporali e civili, non sarà inutile, per meglio comprederne la vita, di gettare un’ occhiata sopra le relazioni che gli uomini di Chiesa, massimamente i claustrali, hanno avuto con cotesti ordini. Nel medio evo, e in modo particolare quando sulla rovina della feudalità sursero le repubbliche e i comuni, i frati ebbero una gran parte nella vita civile e politica dei popoli, e fu sovranamente bello incontrarli spesso pacieri tra le fazioni che fieramente si guerreggiavano. Il Denina dice chiaro:
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« Non solamente i frati avevano uffizi civili servendo alle repubbliche in luogo di tesorieri o camerlenghi, di archivisti o segretari, e a guisa di anziani e di caporioni entravano nelle consulte di stato che assai frequentemente si tenevano nelle Chiese e nei conventi ; ma alcuni di loro la facevano quasi da tribuni della plebe e talora da comandanti di eserciti. » E poco dopo adduce 1’ esempio d’ un valente frate Everardo Domenicano ; il quale, dice egli, trattò le cose dei Guelfi Mantovani, come avrebbe fatto un consigliere di Stato o un gran magistrato, (i) »
Or cotesto efficace e frequente ingerimento dei frati nei negozi più gravi e delicati degli Stati, sebbene non andasse scevro d’inconvenienti, guardate le condizioni del tempo, fu una vera benedizione. Col finire però del medio evo sursero tempi nuovi ; di che l’intromissione diretta degli ecclesiastici, e soprattutto dei frati, nella cosa pùbblica venne meno, e fu un bene. Quando il fatto fosse durato, come nel medio evo, non sarebbe riuscito senza grave danno della Religione e della Chiesa. Mutati e almeno in parte scristianeggiati gli ordini civili, i frati non avrebbero potuto con decoro e con frutto seguitare 1’ antica via. Però furono lieti di raccogliersi quasi ùnicamente nella preghiera e in quegli uffizi spirituali, a cui li aveva sin dal nascere ordinati la Provvidenza del Signore.
Ma la vita cristiana, e più parlicolarmente quella di chi volgendo 1’ occhio in alto, aspira alla perfezione, si assomma nella carità. Laonde anche il frate, ed anzi il frate più che altri, quando risponde alla perfezione del suo stato, deve nutrir desiderio di beneficare i propri fratelli non solo negli ordini spirituali, ma altresì nei
(I) Denina, Delle Rivoluzioni d* Italia. Lib. XI. cap. 9.
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temporali e civili. IL modo di beneficare, particolarmente se si parli degli ordini ulvili, può e deve mutare, col mutare de’ tempi, ma cessare affatto non mai. Invero, come si disse, al finire del medio evo, e soprattutto dopo che la riforma protestante dilacerò il seno dell’ Europa cristiana, staccando gli stati dalle braccia materne della Chiesa; i frati non ebbero più un’ efficacia diretta nella società civile. Non se ne incontra più, salvo qualche rara eccezione, nè pacieri, nè magistrati, nè tribuni nè molto meno guerrieri. Ma quando furono frati secondo il cuore di Dio, amarono cristianamente anche la patria loro, e conoscendo i vincoli, onde si disposano davanti a Dio la patria celeste e la terrena, nel volgere gli occhi a quella, beneficarono almeno indirettamente anche questa.. Spesso poi a benefizi generali e indiretti ne aggiunsero ancora altri, che più da vicino sono ordinati al buono andamento delle nazioni e alla loro prosperità I benché non rassomiglino a quelli dell’ età precedenti. Beneficarono dunque anche negli ultimi tempi temporalmente e civilmente, ma con certo riserbo, ed evitando soprattutto di mescolarsi alle fazioni o ai rivolgimenti politici.
Or il P. Rocco non solo appartenne al novero di questi buoni frati che giovarono molto anche negli ordini civili e temporanei, ma merita tra essi un posto affatto singolare. Nato in tempi, nei quali ogni diretto ingeri– mento dei frati nella cosa pubblica era cessato; vissuto in una società che già vedeva con sospetto P intromettersi di qualsiasi ecclesiastico in mezzo ai negozi civili, ei seppe parteciparvi in modo veramente mirabile. Non abbracciò alcuna delle fazioni allora esistenti; non parteggiò per vecchie o nuove signorie; non fu nè austriacante, nè spagnolo, secondo che allora usava; non piegò ad adulare il principato o 1’ aristocrazia o il po1
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polo; ma tenne tutt’ altra via. Mostrandosi quasi ignaro delle fazioni e della politica, tutto il suo studio fu di rendersi autorevole presso il popolo, per infrenarne gl’ impeti, e condurlo nelle vie di Dio, e poi di servirsi di questa sua autorità per rendersi egualmente autorevole al principe, e indurlo a beneficare il popolo. In somma, esser tutto del popolo per beneficarlo in ogni modo, e tutto del principe per indurlo a beneficare, questo fu il vivere del Padre Rocco in quanto uomo politico, o più tosto in quanto cittadino. Per cotale rispetto dunque lo studiare questo frate singolare, narrandone la vita, deve essere di qualche utilità oggi, che, per un verso c’ è gran bisogno di rinvigorire la società con un po’ di sangue cristiano, e che per un altro i sospetti e le ire contro gl’ ingerimenti ecclesiastici, anche più legittimi, sono tuttora vivi e possenti.
Ma c’ è ancora un altro motivo che m’induce a scrivere questo librettino. Come si vedrà, il Padre Rocco fu un vero popolano, e visse tutta la sua vita in mezzo al popolo. Però non è possibile di studiare la vita di questo buon frate, senza fissar la mente nel popolo napoletano , e imparare a conoscerlo sì nelle buone che nelle cattive sue propensioni. Ora io credo che siffatto conoscimento sia un bene; tanto più che il popolo nostro poco è conosciuto, e forse per questo oggidì poco è amato. Esso è dicerto tuttora un po’rozzo, e si potrebbe forse paragonare a’ un metallo, e direi pure a una gemma ancora* greggia. Non ha peranco ricevuto, o solo in parte, quella lindura, che ormai o ingentilisce o corrompe le classi popolari da per tutto, secondo che è unita o separata dalla fede religiosa e dalla vita morale. Ma d’ altra parte il napoletano è un popolo tutto cuore, ricchissimo di fantasia e anche d’ingegno, particolarmente se l’in-
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gegnó si misuri alla facilità del percepire. La sovrabbondanza della fantasia lo inclina talvolta a superstizione; ma la ricchezza del cuore ne fa un popolo sostanzialmente religioso e buono. Quando si scalda un po’troppo, trascende di leggieri, ed è capace d’impeti subitanei e inconsiderati. Nondimeno torna agevolmente in sè stesso, se alcuno sappia signoreggiarlo per le vie dell’ affetto. E astuto, e spesso, mi duole il dirlo, inclina a esser bugiardo; ma F astuzia e la bugia pajono ad esso soprattutto finezza d’ingegno : e però si fa gran bene a persuaderlo che F ingegno è un dono di Dio, e s’ ha da adoperare in tutt’ altro modo. Non parlo della facilità che ha questo popol nostro nel poetare, del vigore della sua dialettica, e neanche della sua capacità peculiare nelle scienze più nobili e sottili. Tutto ciò mi condurrebbe troppo lontano, e mi farebbe salire troppo in ‘ alto. Mi piace principalmente notare, che questo buon popolo nelle arti meccaniche riesce mirabilmente; e anche nella guerra è prode e coraggioso, quando sia condotto da buoni capitani e abbia in essi fiducia. S’ha pure da ricordare che la signoria spàgnuola, eccitando la fantasia del Napoletano, ¥ ha facilmente inclinato più che non era, alle esagerazioni, agli spettacoli, alle pompe; ma anche da questo lato è agevole il temperarlo. E poi soprattutto un popolo allegro, chiassone, un po’ scioperato, disposto al cantare, direi quasi come 1’ uccello al volare. Porta infine scolpito nel volto, negli atteggiamenti, negli abiti e soprattutto nelle parole la sua festevolezza.
Questo popolo dunque, perchè ricco di pregi e capace di molti miglioramenti, non si studia senza frutto, e si studia però assai meglio guardandolo nel secolo scorso,, quando non ancora aveva incominciato a smettere quella fisonomia propria, che oggi per molte ragioni, prima si.
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va scolorendo, e poi forse cesserà del tutto. Ora questo buon popolo ci sarà agevole di conoscerlo, trattenendoci col Padre Rocco, che visse sempre in mezzo ad esso e tutto per esso. Niuno anzi lo conobbe meglio di lui, che seppe servirsi delle doti e dei difetti di esso, per signoreggiarlo e condurlo nelle vie del bene. La grande efficacia che ebbe sopra di esso sarebbe del tutto inesplicabile senza questa conoscenza, e anche senza una certa somiglianza d’indole e di modi che ci fu sempre tra il buon frate e i nostri popolani. Infine anche il P. Rocco fu un nostro popolano, elevato però e perfezionato dal fervore religioso, dagli studj e dalla convivenza coi figliuoli di S. Domenico ; onde chi conosce lui, conosce l’indole speciale del popolo nostro, e la vede soprattutto nobilitata dalla perfezione religiosa e da una eletta natura.
Del P. Rocco niuno eh’ io sappia scrisse sinorà la vita. C è soltanto un elogio di lui, composto da un nostro Filippino, Pietro degli Onofri, e stampato in Napoli nel 1803. Il libro è raro, e vale assai poco quanto al- 1’ ordine delle materie e alla forma letteraria. Nonpertanto dall’ elogio, e molto più dalle aggiunte e dalle note, che sono parecchie, se. ne può cavare le notizie da scriverne, come io fo, una breve vita. Esso è anzi il solo fonte al quale lo scrittore può attingere; perchè non si sa che alcun altro tra i contemporanei del frate ne scrivesse. Quanto ai moderni, Antonio Ranieri, egregio letterato Napolitano si servì del nome di Frate Roccb e ne ritrasse in parte l’indole in un libro tutto d’immaginazione, scritto con grande eleganza di dettato ed efficacia di stile (1). Negli archivi Domenicani
(1) In questo librettino c’ è dottrine non vere e che un cattolico non può approvare; come, per esempio, quella che dice vietato all* uomo F uccidere gli animali per cibarsi delle loro carni. — Dopo eh* ebbi scritto la
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poi nè altrove, non si trova nulla intorno al P. Rocco. Anzi, benché egli scrivesse parecchio, neanche dei suoi scritti n* è rimasto alcuno che si conosca. E pure qualche Operetta e anche qualche Sermone suo ci darebbero una gran luce, e ci farebbero conoscere il nostro caro Domenicano assai più addentro di quel che ora non si può.
Quel tanto però che ne sappiano dal Padre degli Onoffi mi paj*e degnissimo di fede, e però me ne servirò con animo sicuro. Oltre che l’oratoriano nostro era uomo assai pio, sì sa da lui medesimo e da molti testimoni chè fu amicissimo del Domenicano; onde ben potè conoscere le particolarità di cui scrisse. Anzi egli stesso in un* aggiunta ci raccontò una preziosa particolarità, che non mi pare dover tralasciare. Nell* autunno di non so quale anno l*Onofri villeggiava nel Casino degli Ora- toriani alle Due Porte; ed ivi stava a diporto con loro per rinfrancarsi dalle fatiche sostenute, secondo che usava, anche il P. Rocco. L’ Onofri, aveva molte volte detto, forse un po* da senno e un po’ celiando, che sentiva una gran voglia di scrivere quando che fosse la vita dell’amico; ma che voleva che lui stesso gli desse le notizie particolarmente dell’ infanzia e della adolescenza, delle quali non sapeva niente. Il P. Rocco prese sempre la cosa come una celia, e voltò ad altro il discorso. Ma alfine un dì tante gliene sèppe dire 1’ amico, che , benevolo com* era, si lasciò persuadere. Incominciò a raccontargli, e così seguitò parecchi giorni la propria vita, dicendo però di raccontargli i benefizi e le grazie che il Signore gli aveva
maggior parte di questa Vita, m’ è venuto a mano un librettino di 32 paginette stampato a Losanna con questo titolo: Padre Rocco de l* Ordre de S. Dominique ou un moraliste Napolifain au XVIIIsiede par Ikon Peter. L’autore è protestante, e le notizie storiche sul P. Rocco sono tutte attinte al solo Elogio del P. Onofri.
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fatti nei primi anni particolarmente. Scrisse tutto l’Ono- frì ; ma poi, non pensando più alla cosa, gettò il quaderno tra molte sue carte, e volse la mente ad altro. Morto, vari anni appresso il P. Rocco, e crescendo sempre la fama di lui, il P. Onofrt si risovvenne di quel quaderno, lo trovò, e aggiungendovi le molte cose da lui vedute o udite dell’ amico, scrisse P Elogio di cui fu parlato.
Il lettore dunque mi accompagni, anche questa volta, come ha fatto tante altre, con affetto. Non si attenda a fatti strepitosi o a prodigi, quali se ne trova nelle vite dei Santi. E un umile racconto questo che io fo ora, ma spero non senza frutto. Se mi volgo particolarmente ai popolani, non è già che io pensi il librettino mio ad essi soltanto dover giovare. Ad essi m’indirizzo in modo particolare, perchè il Padre Rocco fu un popolano, visse tra i popolani, e fece quanto era in poter suo per santificarli. Oltre a ciò io, che sin ad ora ho scritto assai poco in prò dei popolani, i quali pur amo tanto, vorrei questa volta fare anche ad essi un po’ di bene scrivendo. Chi sa che qualcuno di loro non mi legga? Ma leggano o no questo mio libro, egli è certo che sarebbe gran danno, se il popolo in Italia cercasse le sue consolazioni fuori della religione e di quegli ecclesiastici, che vivamente amano Gesù Cristo e in Gesù Cristo i suoi figliuoli del popolo. O dilettissimi popolani, noi non possiamo darvi, è vero le umane ricchezze; sebbene anche per questo rispetto predicando la carità fraterna, possiamo darvi molto più dei nostri avversari. Invece vi diamo ciò che a noi pare più nobile e grande d’ogni umana ricchezza, ed è il tesoro della fede, della carità e della speranza cristiana. Crediamo dunque, amiamo e speriamo insieme cherici e laici, ricchi e poveri ; e saremo fratelli tutti e tutti d’un cuore sempre.
CAPITOLO I.
Fanciullezza e prima gioventù del Padre ‘Rocco
n Massalubrense, piccolo paesello presso la deliziosa Sorrento, sul finire del secolo XVII viveva umilmente e del lavoro delle proprie mani un giovane popolano per nome Matteo Rocco, o, come dicevano volgarmente, Ruocco. Il padre gli aveva fatto insegnare l’arte di torcere il filo per i bottoni, e la esercitava con frutto. Nell’ età però di quindici anni, vago di qualche maggior lucro, lasciato il paese, si ridusse a vivere in Napoli, dove s’ accese d’amore per una fanciulla, Annina Starace, che poi tolse in moglie. Anche costei esercitava l’arte di torcere







