Memorie d’Istria tra musica, esilio e cimeli di famiglia
Di Valentino Starace
Per comprendere la storia di Andrea Grabelli e della sua famiglia bisogna guardare a una delle pagine meno conosciute del Novecento italiano. Alla fine della Seconda guerra mondiale, con il passaggio dell’Istria e di altri territori dell’Adriatico orientale alla Jugoslavia di Tito, centinaia di migliaia di italiani lasciarono le proprie case. Fu il cosiddetto esodo giuliano-dalmata: un fenomeno che tra il 1943 e gli anni Cinquanta portò intere famiglie a disperdersi in tutta Italia, abbandonando beni, affetti e una quotidianità costruita nel corso di generazioni. Molti riuscirono a ricominciare altrove, ma conservarono per tutta la vita il ricordo della terra perduta attraverso oggetti, fotografie, tradizioni e racconti tramandati in famiglia.
Oggi non molti ricordano che l’Istria, prima del secondo conflitto mondiale, era abitata in larga parte da italiani, costretti poi a lasciare la propria terra e a disperdersi lungo la penisola. Eppure, una storia legata a quell’esodo vive ancora, silenziosamente, dietro la porta di una casa di quartiere.
La signora Carmela Sicoli accoglie con un caffè e il racconto della vita del suocero, Andrea Grabelli, nato a Rovigno. Rimasto orfano durante la Grande Guerra, fu cresciuto dalla zia materna Antonia Benussi. Fin da bambino mostrò una forte inclinazione per la musica, tanto da diventare la mascotte della banda del paese.
Negli anni Venti si trasferì a Roma, dove completò gli studi di pianoforte presso il Conservatorio di Santa Cecilia e, successivamente, mise su famiglia. Pur avendo cominciato a lavorare come tecnico presso i Monopoli di Stato, non abbandonò la sua passione per la musica: per alcuni anni diresse una piccola orchestra all’Hotel Bernini Bristol di Roma e, in alcune occasioni, suonò l’organo a Santa Maria Maggiore.
Anche quando, in età avanzata, non poté più suonare il suo amato pianoforte — costruito agli inizi del Novecento dai triestini Pecar — Andrea Grabelli non volle mai separarsene. Dopo la sua scomparsa, gli eredi hanno deciso di donarlo in sua memoria alla Banda Musicale “Francesco Curcio” di Amantea (CS).
Se lui non avvertì profondamente la nostalgia della sua terra natale, diverso fu il destino emotivo della zia Antonia Benussi. La signora Sicoli conserva ancora oggi servizi da tè in porcellana cinese, antichi mobili di fattura austriaca e altri cimeli appartenenti alla storia familiare: frammenti materiali di una casa che non esiste più, ma che continuano a custodire la memoria di una vita interrotta dall’esodo.
Ricordare storie come quella della famiglia Grabelli significa non lasciare che il tempo cancelli una parte importante della memoria collettiva italiana. Dietro le grandi vicende della storia esistono vite comuni fatte di sacrifici, perdite, passioni e ricostruzioni silenziose. Conservare questi racconti vuol dire restituire voce a chi ha dovuto abbandonare la propria terra, affinché il loro passato non sopravviva soltanto negli oggetti custoditi nelle case, ma anche nella coscienza delle nuove generazioni.







