Piano di Sorrento, don Rito Maresca rende viva la Chiesa: “Parlare di Palestina nello Shabbat? Proprio così”
Piano di Sorrento – Una serata che ha unito spiritualità, riflessione e coraggio quella vissuta questa sera grazie a don Rito Maresca, parroco da sempre attento alle dinamiche del mondo e dell’anima. Il cammino Alpha , si è svolto, come ogni mercoledì, nella cornice del Resegone a Meta, che davvero vanno ringraziati per la loro disponibilità, portando con sé un senso profondo di gioia e condivisione comunitaria, l’argomento è stato la Bibbia e da questo si è arrivati a parlare di noi stessi, aprirsi e abbracciarsi agli altri.
Con l’incontro nello spazio “Shabbat”, che si è toccato un altro livello di consapevolezza.Proprio lì, accanto a un tabaccaio, in uno spazio pensato non per il culto ma per la sosta e l’ascolto, si è tenuta una conferenza intensa e necessaria. Tema centrale: la Palestina, e in particolare l’eccidio dei campi profughi di Sabra e Shatila, raccontati con rigore e profondità dal prof. Marco Russo. Un evento che ha saputo mettere in dialogo memoria e attualità, spiritualità e giustizia.
A far sorridere e riflettere, un cartello affisso all’ingresso della chiesa: “La conferenza sulla Palestina si terrà nello Shabbat, accanto al tabaccaio.” Un avviso che, all’apparenza buffo, contiene però una densità simbolica straordinaria. Parlare di Palestina nello Shabbat – il tempo sacro in cui Dio chiede all’uomo di fermarsi – significa caricare ogni parola di peso profetico.
“Shabbat”, lo spazio pensato dalla parrocchia come luogo di gratuità e accoglienza, non è solo un nome. È una scelta. È il desiderio di vivere il terzo comandamento nella sua essenza più radicale: non lavorare, non correre, ma fermarsi. E in questo fermarsi, riconoscere l’altro, anche il più lontano, anche il più scomodo, come fratello. È lì che, ieri sera, si è parlato di Gaza e delle sofferenze della Terra Santa, senza slogan, senza schieramenti ideologici, ma con la sola voce della coscienza.
Eppure non sono mancate le critiche. C’è chi ha accusato don Rito di essere “contro Israele”, chi ha temuto si stesse “fomentando odio”. Ma lui, con la sobrietà che lo contraddistingue, risponde così: “Nessuna parola d’odio è uscita dalla mia bocca. Solo parole di condanna per ogni violenza, ovunque essa avvenga.”
Anzi, è proprio l’amore per le radici ebraiche della fede cristiana ad aver ispirato questo spazio, questo Shabbat aperto a tutti: credenti, laici, persone di altre fedi. Uno spazio dove si può parlare. Dove ci si può fermare.
E quel “accanto al tabaccaio”? Anche lì, in quella che sembra una svista logistica, c’è un segno. Il tabaccaio è il simbolo del consumo, delle debolezze, degli interessi che spesso alimentano guerre silenziose. E lo Shabbat, accanto a tutto ciò, non chiude la porta. Si mette in ascolto. Non giudica, ma accompagna.
Don Rito, con questo gesto, ha tracciato una linea netta e dolce al tempo stesso: non si può più tacere su ciò che accade. Ma lo si può fare con stile evangelico, disarmato, profondo. Magari fosse davvero così, come scrive lui stesso: “Potessimo davvero vivere il senso dello Shabbat — fermarci per cessare ogni guerra, riconoscerci fratelli, ascoltarci invece di accusarci — allora sì, quel cartello scritto in fretta sarebbe stato davvero profetico.”
E forse lo è stato davvero.







