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di lucio esposito

CASTELLAMMARE DI STABIA – La Reggia di Quisisana ha accolto  un appuntamento d’eccezione. Lunedì 13 luglio, a partire dalle ore 10:00, la storica dimora di Castellammare di Stabia è stato teatro della nuova tappa di “Praesentia. Gusto di Campania Divina”, il progetto promosso dalla Regione Campania che mira a valorizzare l’immenso patrimonio enogastronomico del territorio, intrecciando sapientemente cultura, turismo e identità locale.

Dopo l’inaugurazione a Ischia, il viaggio di Praesentia approda in terra stabiese con un evento intitolato “Pasta diva. L’icona del Made in Italy a tavola”, dedicato all’alimento che più di ogni altro rappresenta la cucina italiana nel mondo: la pasta, simbolo universale di convivialità e tradizione.

Un viaggio tra storia e sapori

La giornata si è aprta all’insegna della cultura. I partecipanti sono stati guidati in una visita esclusiva al Museo Civico dell’Arte e della Storia e al Museo Archeologico di Stabia “Libero D’Orsi”, tesori custoditi proprio all’interno della Reggia. Il percorso di scoperta è stato addolcito dalla degustazione dei tradizionali taralli glassati del Biscottificio Cascone, autentica espressione della pasticceria locale.

Il valore culturale dell’identità italiana

Dopo i saluti istituzionali, dell’assessore regionale al Turismo Vincenzo Maraio, del presidente di ANCI Campania Francesco Morra, del sindaco di Castellammare Luigi Vicinanza e del sindaco di Gragnano Aniello D’Auria (segretario generale ANCI Campania), il focus si sposterà sull’analisi antropologica.

L’introduzione ai lavori è stata affidata alla curatrice scientifica del progetto, la prof.ssa Elisabetta Moro, mentre la relazione principale sarà tenuta dall’antropologo Marino Niola. Con l’intervento “La Pasta e il Made in Italy a tavola”, il docente dell’Università Suor Orsola Benincasa approfondirà come la pasta sia diventata, nel tempo, non solo un prodotto alimentare, ma un vero e proprio pilastro identitario dell’Italia a livello globale.

Showcooking d’autore

Alle 13:00, i riflettori si sono accesi sui fornelli. A condurre lo showcooking è stato Paolo Marchi, fondatore di Identità Golose, che modera un dialogo tra due grandi firme della cucina campana:

Maicol Izzo (resident chef di Piazzetta Milù, due stelle Michelin), che proporrà la sua interpretazione della “Papaccella Napoletana”.

Peppe Guida (Antica Osteria Nonna Rosa e Villa Rosa), che delizierà i presenti con gli iconici “Spaghettini all’acqua di limone e Provolone del Monaco” e il “Mischiato potente riposato con spollichini freschi e cozze”.

Il menu delle degustazioni sarà arricchito dalle eccellenze del comprensorio: il pane di Algrammo Forneria Evoluta, l’olio biologico dell’Azienda Agricola Rubisco, la Treccia di fiordilatte di Arte Casearia Vico De.Co. e le verdure di stagione degli orti locali. Ad accompagnare i piatti, una selezione di vini delle cantine Abbazia di Crapolla, Guerritore e Le Lune del Vesuvio, con un finale dedicato alla “Barchiglia di Re Ferdinando” firmata da Rosanna Fienga.

La giornata si  è chiusa sulle note dei classici napoletani e italiani, interpretati da Diana Ronca e Claudio De Bartolomeis.

Oltre Castellammare

“Praesentia. Gusto di Campania Divina”, iniziativa finanziata nell’ambito del FUNT (Fondo Unico Nazionale per il Turismo), non si ferma qui. Dopo Castellammare, il progetto proseguirà il suo tour regionale toccando Ascea (8 settembre), Pozzuoli (28 settembre), Avellino (26 ottobre), Aversa (9 novembre), Benevento (23 novembre), per concludersi il 7 dicembre a Napoli.

Praesentia: il turismo enogastronomico come leva strategica per la Campania

CASTELLAMMARE DI STABIA – La valorizzazione del patrimonio enogastronomico non è più solo una questione di gusto, ma una vera e propria missione strategica per lo sviluppo della Regione Campania. È questo il cuore del messaggio lanciato dall’assessore regionale al Turismo, Vincenzo Maraio, in occasione della tappa di “Praesentia. Gusto di Campania Divina” presso la Reggia di Quisisana.

Una sfida di modernità e visione

Il progetto Praesentia rappresenta, secondo l’assessore, una sfida cruciale per la regione: «È un’iniziativa importante perché mette al centro l’intero territorio campano, raccontandone la straordinaria ricchezza con competenza, visione e modernità», ha dichiarato Maraio. L’obiettivo della Regione è chiaro: superare la narrazione tradizionale dei singoli prodotti per trasformare saperi, tradizioni e identità in una proposta turistica contemporanea, capace di competere sui mercati internazionali.

La Campania come modello da esportare

Nell’ottica di un “fare sistema” più volte sottolineato dall’assessore, Praesentia funge da collante tra le diverse anime della regione. Maraio ha evidenziato come, in collaborazione con il Presidente Fico, si stia costruendo un modello di promozione territoriale che fonde indissolubilmente cultura, enogastronomia e identità.

«Il nostro obiettivo è trasformare tradizioni, prodotti e saperi in una proposta attrattiva, capace di parlare ai visitatori italiani e internazionali», ha ribadito l’assessore. Questo approccio non si limita a promuovere le aree costiere, ma punta a un rilancio che coinvolga capillarmente l’entroterra, valorizzando le vocazioni turistiche delle aree vaste e creando un sistema integrato di attrattori culturali.

Il turismo come impresa

Per Maraio, il turismo deve evolvere sempre di più verso una logica di “impresa strategica”, essenziale per l’occupazione e la crescita economica regionale. In un contesto in cui la Campania è chiamata a gestire flussi turistici sempre più importanti (si pensi alla nomina di Napoli a Capitale Europea dello Sport nel 2026), progetti come Praesentia servono proprio a organizzare l’offerta in modo sostenibile, contrastando i fenomeni di sovraffollamento (overtourism) e promuovendo invece un turismo di qualità, consapevole e radicato nella storia dei luoghi.

Attraverso eventi itineranti come quello di Castellammare di Stabia, la Regione Campania intende così confermarsi come una delle destinazioni più apprezzate al mondo, capace di valorizzare ciò che la rende unica: il legame profondo tra la propria terra e l’eccellenza che arriva sulla tavola.

Questo video è pertinente perché mostra l’assessore Maraio discutere le strategie più ampie per il rilancio turistico della Campania e l’importanza di fare sistema per lo sviluppo economico della regione.

 

Marino Niola a “Praesentia”: «La Campania va scoperta oltre i suoi miti, riscoprendo il territorio che li genera»

CASTELLAMMARE DI STABIA – La manifestazione “Praesentia. Gusto di Campania Divina” non è solo un evento enogastronomico, ma una necessaria operazione di rilettura culturale della regione. È quanto emerge dall’intervista esclusiva rilasciata ai microfoni di Positanonews dal professor Marino Niola, antropologo di fama internazionale e curatore, insieme all’antropologa Elisabetta Moro, di questo ambizioso progetto promosso dalla Regione Campania.

Riscoprire il territorio oltre il mito

Durante il suo intervento a margine della tappa stabiese, il professor Niola ha sottolineato l’importanza vitale di guardare oltre le icone consolidate. «È una manifestazione bellissima e quanto mai opportuna», ha spiegato l’antropologo. «Il nostro obiettivo è valorizzare una serie di luoghi che spesso rimangono nell’ombra, ma che hanno un bisogno profondo di essere rivisitati e apprezzati non soltanto per il loro fascino o per i loro misteri, ma per la loro realtà tangibile».

Il fulcro del pensiero di Niola è il legame inscindibile tra il prodotto tipico e il suolo che lo genera: «Dobbiamo ricostruire un interesse territoriale. Quando parliamo di un prodotto, di un’eccellenza, dobbiamo ricordare che dietro c’è un paesaggio, una storia, una comunità. Siamo ancora troppo fermi a una narrazione di superficie; dobbiamo far riscoprire il paese, inteso come l’intero tessuto umano e geografico, che sta dietro ogni eccellenza».

La costanza della ricerca: un dialogo con le istituzioni

L’intervista è stata anche l’occasione per un riconoscimento reciproco tra l’antropologo e l’intervistatore di Positanonews. Di fronte al plauso per la dedizione trentennale con cui Niola sostiene la necessità di integrare la ricerca accademica con la promozione del territorio, il professore ha risposto con fermezza: «Sì, non ci stanchiamo di farlo, perché siamo convinti che, prima o poi, le istituzioni e la politica imparino la lezione. E, in parte, la stanno già imparando».

Secondo Niola, infatti, si percepisce un cambio di passo nelle modalità con cui gli enti si approcciano al tema del turismo: «Il modo in cui si muovono oggi le istituzioni non è più quello di ieri. Noi, dal canto nostro, continuiamo a fare il nostro lavoro: fare ricerca sul campo e mettere quel sapere a disposizione del pubblico e delle amministrazioni, affinché la cultura diventi motore di sviluppo reale».

Un metodo per il futuro

“Praesentia” si configura dunque, nelle parole di uno dei suoi massimi teorici, come un esperimento di successo: un ponte tra il rigore della scienza antropologica e la pratica della valorizzazione turistica. La capacità di Niola e Moro di “predicare” la centralità del territorio per decenni trova oggi una sponda concreta in questo format itinerante, che si propone di trasformare ogni tappa in un laboratorio di identità regionale.

Con il suo consueto tono illuminante, Marino Niola ribadisce così una missione che va oltre il singolo evento: trasformare l’orgoglio campano in una consapevolezza moderna, dove la bellezza del paesaggio e la bontà del gusto non siano più viste come elementi isolati, ma come parti di un unico, straordinario racconto che appartiene a chi lo vive ogni giorno.

Dalla terra al palato: l’Azienda Agricola Rubisco racconta l’anima della Penisola Sorrentina

CASTELLAMMARE DI STABIA – La tappa di “Praesentia. Gusto di Campania Divina” alla Reggia di Quisisana ha offerto un palcoscenico d’eccezione non solo per l’alta gastronomia, ma anche per le storie di resilienza agricola che definiscono il territorio. Protagonista di uno dei momenti più apprezzati dal pubblico è stato l’olio extravergine d’oliva biologico dell’Azienda Agricola Rubisco, un prodotto che incarna la rinascita di fondi storici della Penisola Sorrentina.

Il ritorno della “Minucciola”

Al centro dell’attenzione, l’olio monovarietale di Minucciola, l’oliva simbolo della Penisola Sorrentina. «Una volta veniva definita semplicemente “oliva da olio”», ha spiegato il produttore durante l’evento, sottolineando come negli ultimi anni sia avvenuta una vera e propria riscoperta identitaria di questa cultivar.

Per permettere al pubblico di cogliere la vera essenza del prodotto, l’azienda ha guidato i presenti in una sessione di analisi sensoriale. «Volevo far capire davvero qual è l’anima di questo olio», ha raccontato, invitando i partecipanti a testare il prodotto per poi goderne appieno nell’abbinamento con il pane, trasformando la degustazione in un’esperienza consapevole e conviviale.

“Parzuneria scientifica”: un ponte tra passato e futuro

La storia dell’Azienda Agricola Rubisco è una testimonianza di amore per il territorio. Fondata otto anni fa, l’impresa nasce dal recupero di terreni situati tra Sorrento e Massa Lubrense: un’area paesaggisticamente magnifica, ma impervia e complessa da lavorare, che in passato aveva sofferto l’abbandono e persino l’orrore di incendi dolosi.

Il segreto della rinascita di questi fondi risiede in quello che il produttore definisce con un termine evocativo, “parzuneria scientifica”. Si tratta di un metodo che fonde sapientemente:

La saggezza contadina: le pratiche tradizionali tramandate dai predecessori che conoscevano la terra come nessun altro.

La conoscenza scientifica moderna: le tecniche agronomiche attuali che permettono di valorizzare al meglio le caratteristiche biologiche del suolo e della pianta.

Un impegno per il territorio

Il lavoro di recupero dell’azienda Rubisco non è solo un’attività produttiva, ma un atto di cura verso il paesaggio. La dedizione nel riqualificare terreni difficili, rendendoli nuovamente produttivi attraverso un modello biologico e sostenibile, rappresenta perfettamente lo spirito di Praesentia: raccontare la Campania non solo come terra di grandi piatti, ma come un ecosistema vivo, che richiede tutela, studio e profondo rispetto.

La presentazione ha confermato che dietro ogni goccia di olio extravergine di qualità c’è una storia di fatica, visione e una profonda connessione con le radici della nostra regione.



L’Abbazia di Crapolla: il vino che racconta secoli di storia tra i vulcani

CASTELLAMMARE DI STABIA – La tappa di “Praesentia. Gusto di Campania Divina” alla Reggia di Quisisana ha offerto un affascinante viaggio nel tempo, non solo attraverso le parole, ma anche attraverso il calice. Tra le eccellenze vitivinicole protagoniste, l’Abbazia di Crapolla, rappresentata dai fratelli Alifano, si è distinta per una narrazione che fonde l’archeologia, la storia e la viticoltura d’avanguardia.

Una storia che nasce nel 1500

Quella dell’Abbazia di Crapolla non è una semplice produzione vinicola, ma un vero e proprio recupero di una memoria storica dimenticata. I fratelli Alifano hanno raccontato la loro avventura, iniziata nel 2007 con l’acquisizione di un fondo che, fin dal XVI secolo, era una “grancia”, ovvero un centro di gestione agricola di una prestigiosa abbazia benedettina.

«Abbiamo avuto la fortuna di rilevare un luogo dalla bellezza straordinaria», hanno raccontato i produttori. La storicità di questi vigneti non è solo leggenda: esistono documenti conservati al Palazzo Reale di Napoli che testimoniano l’esistenza di una lite giudiziaria tra la famiglia Carafa e l’Università di Vico proprio per il controllo dei prezzi dei pregiati vini di Crapolla, già rinomati e richiesti all’epoca.

Il carattere vulcanico: longevità e sapidità

Il vino presentato durante la degustazione ha colpito i presenti per la sua struttura complessa. Come sottolineato dai fratelli Alifano, il loro bianco è un vino che richiede tempo: la bottiglia presentata ha quasi tre anni, a testimonianza di una filosofia produttiva che punta alla longevità e alla persistenza.

Il segreto di questo profilo sensoriale risiede nel terroir: le vigne crescono su suoli di origine vulcanica, un fattore che conferisce al vino una spiccata mineralità e una sapidità distintiva. È un vino che non cerca il successo immediato o la “beva” banale, ma che vuole raccontare il territorio da cui proviene.

Valorizzare il territorio

Il progetto dell’Abbazia di Crapolla si sposa perfettamente con lo spirito di “Praesentia”. Per i fratelli Alifano, il vino è il tramite per far scoprire un luogo magico, un lembo di Campania dove l’agricoltura è una forma di resistenza culturale. Recuperare una vigna che affonda le radici in oltre cinquecento anni di storia significa oggi restituire al consumatore non solo un prodotto di altissima qualità, ma anche un pezzo fondamentale dell’identità rurale campana.

Con la loro testimonianza, i fratelli Alifano hanno dimostrato come l’innovazione, nel mondo del vino, passi necessariamente attraverso il profondo rispetto per la storia e la capacità di interpretare, con pazienza e competenza, la voce unica dei suoli vulcanici della nostra regione.

L’arte casearia di Vico Equense: il sapore della tradizione che sfida l’industrializzazione

Mentre il mondo della produzione alimentare corre verso l’automazione e la standardizzazione, tra i Monti Lattari esiste una resistenza fatta di mani sapienti, levatacce notturne e un rispetto sacro per la materia prima. A raccontarlo, nel corso della tappa di “Praesentia. Gusto di Campania Divina” presso la Reggia di Quisisana, è stato il presidente dell’associazione “Vico per Cacio”, che ha portato in scena l’eccellenza casearia di una terra che ha fatto della piccola scala il suo punto di forza.

Una filiera 100% artigianale

«Noi stiamo andando controcorrente», ha esordito il presidente dell’associazione che riunisce 27 piccoli caseifici del territorio. In un sistema che spinge verso l’industrializzazione, i maestri casari di Vico Equense rivendicano un approccio opposto: produzione limitata — massimo tre o quattro quintali al giorno — e una lavorazione rigorosamente manuale.

Durante la dimostrazione, il pubblico ha potuto assistere alla magia della filatura della treccia: un processo che non può essere replicato da alcun macchinario. «Dalla rottura della cagliata alla cottura della pasta, fino alla formatura finale, ogni passaggio è fatto a mano», ha spiegato, sottolineando come la qualità superiore dei loro prodotti — dalla fiaschetta al fior di latte — dipenda proprio da questa fedeltà al gesto antico.

Le perle della tradizione stabiese e vicana

L’intervento ha offerto anche una lezione preziosa sulle varietà locali. Il presidente ha illustrato le peculiarità dei loro formaggi:

La Fiaschetta: una lavorazione simile a quella del Provolone, ma presentata in forma di caciocavallo e con una stagionatura più breve, che ne esalta la freschezza.

Il formaggio da forno: un prodotto ideale per le parmigiane, capace di offrire una scioglievolezza superiore al comune fior di latte, poiché conserva meglio la consistenza senza perdere acqua in cottura.

La Treccia: il simbolo della produzione, fresca e filante, protagonista della degustazione e orgoglio dell’associazione.

Il futuro passa per i giovani (e una nuova scuola)

L’associazione “Vico per Cacio” non si limita alla promozione, ma guarda al futuro con una missione sociale chiara: incentivare gli allevatori locali e formare nuove leve. Il declino della disponibilità di latte locale è una sfida aperta, così come il ricambio generazionale.

«Il nostro obiettivo è creare una scuola dell’arte casearia», ha confidato il presidente, lanciando un appello accorato. «Fino a qualche anno fa, a 18 anni si iniziava a imparare questo mestiere in azienda. Oggi è più difficile, i giovani guardano altrove. Eppure, questo è un lavoro nobile e vitale per l’identità del nostro territorio».

La proposta dei maestri casari di Vico è ambiziosa nella sua semplicità: non puntano a numeri strabilianti o alla grande distribuzione, ma a un lavoro certosino che tuteli la biodiversità locale e trasmetta ai posteri il valore di un formaggio che sa di latte, di fatica e di Campania autentica.

Maicol Izzo e la “Papaccella Sferica”: quando la tradizione vesuviana incontra la tecnica d’avanguardia

CASTELLAMMARE DI STABIA – La Reggia di Quisisana, cornice d’eccezione della tappa di “Praesentia. Gusto di Campania Divina”, è stata il palcoscenico di un affascinante dialogo tra passato e futuro. A interpretare questo legame è stato Maicol Izzo, resident chef del ristorante due stelle Michelin Piazzetta Milù, che ha incantato il pubblico presentando una delle sue creazioni più iconiche: la Papaccella Napoletana sferificata.

Un ponte tra memoria e innovazione

Per lo chef Izzo, forte di una carriera costruita nelle migliori brigate del mondo, la cucina è un racconto in continua evoluzione. «Porto un piatto che fa da passaggio tra passato e futuro», ha spiegato durante lo showcooking. Il protagonista è un pilastro della cucina partenopea: la papaccella, il peperone rosso tondo e schiacciato tipico dell’area vesuviana, ingrediente fondamentale dell’insalata di rinforzo natalizia e simbolo di una tradizione contadina che lo chef ha voluto elevare attraverso la tecnologia gastronomica.

La scienza al servizio del gusto: la sferificazione

Il cuore dell’intervento ha riguardato la sferificazione, tecnica resa celebre dal genio di Ferran Adrià, che permette di racchiudere un liquido in una membrana sottile, creando un effetto “esplosivo” al palato.

Izzo ha spiegato con precisione scientifica il processo chimico dietro la creazione:

L’essenza: Partendo dalla papaccella conservata sott’olio (ripiena di tonno, capperi, olive, peperoncino e colatura di alici), lo chef ottiene una purea che, filtrata finemente, si trasforma in un’acqua aromatica pura.

Il Calcio: A questa essenza viene aggiunto il calcio (un fermentato naturale derivato da zuccheri vegetali), elemento necessario per innescare la reazione.

L’Alginato: Il composto viene immerso in una soluzione di alginato (un sale estratto dalle alghe brune dei mari freddi), che a contatto con il calcio crea istantaneamente la membrana esterna, “catturando” il gusto intenso della papaccella in una sfera perfetta.

Il rito della conserva

Prima della trasformazione chimica, c’è però il profondo rispetto per la materia prima e per i metodi antichi. Izzo ha descritto minuziosamente la preparazione della conserva: una cottura delicata in acqua, aceto di vino, zucchero e sale, seguita dalla farcitura a mano e dalla cottura sottovuoto, che permette di preservare il prodotto per un anno intero.

«È un lavoro che parte dalla terra per arrivare all’essenza», ha sottolineato lo chef. La sferificazione non è dunque un vezzo estetico, ma uno strumento per distillare l’anima di un ingrediente così rappresentativo del territorio vesuviano, offrendo al commensale un’esperienza sensoriale inedita.

Attraverso questo piatto, Maicol Izzo ha dimostrato che l’avanguardia tecnica, quando guidata dalla conoscenza delle proprie radici, non distrugge la tradizione, ma la amplifica, rendendola immortale e pronta a conquistare anche i palati internazionali più raffinati.

 

Lo chef stellato Peppe Guida e l’essenza della Campania: la rivisitazione dei piatti della tradizione a “Gusto Campania”

NAPOLI – La cucina campana, pilastro indiscusso della dieta mediterranea, è stata protagonista di un’approfondita riflessione gastronomica curata da uno chef stellato durante l’evento “Gusto Campania”. Al centro dell’incontro, la filosofia del “togliere” per esaltare l’identità degli ingredienti, trasformando piatti comuni in esperienze di alta cucina.

Il recupero dei sapori dimenticati: la pasta piccola

Partendo dalla tradizione delle coste campane, lo chef ha presentato una rivisitazione di un classico locale utilizzando il corallino, un formato di pasta solitamente relegato all’uso domestico o alla preparazione di brodini per bambini. La sfida, ha spiegato lo chef, sta proprio nel nobilitare formati di pasta piccola, che se pensati con la giusta creatività possono esprimere una personalità sorprendente.

Il piatto si distingue per un’interpretazione tecnica rigorosa:

Innovazione e temperatura: La pasta, cotta per soli 4 minuti, viene abbattuta con acqua ghiacciata per garantirne la perfetta tenuta “al dente” anche a temperature elevate.

Elementi vegetali: La base del piatto vede l’uso di borlotto fresco (sporichino) per una nota vegetale distinta, accompagnato da polpa di San Marzano fresca.

Nota marina: Nonostante sia un piatto fondamentalmente vegetale, viene introdotta una punta di sapidità marina per completare il profilo gustativo, in pieno accordo con i principi della dieta mediterranea di cui lo chef è oggi ambasciatore.

Lo spaghettino al limone: la sfida alla banalità

Un altro momento clou dell’intervento è stato dedicato allo “spaghettino al limone”, un piatto spesso vittima di interpretazioni errate che fanno largo uso di panna, burro o, peggio, margarina. Lo chef ha raccontato la genesi della sua versione, nata proprio dalla volontà di “spogliare” il piatto da tutti questi eccessi che ne coprono il gusto autentico.

“In molti posti si prepara ancora mantecando la pasta con panna e scorza di limone”, ha osservato lo chef, che ha invece preferito un approccio minimalista, volto a restituire al limone il suo ruolo di protagonista assoluto senza artifici. Il risultato è un piatto che, pur richiedendo una gestione culinaria precisa — spesso difficile da replicare fuori da un ambiente professionale attrezzato — rappresenta oggi una delle espressioni più pure del suo pensiero culinario.

Con questo intervento a “Gusto Campania”, lo chef ha ribadito l’importanza di un ritorno alle origini, dove la qualità della materia prima locale e la tecnica diventano gli unici strumenti necessari per raccontare la ricchezza di una terra straordinaria.







































La Barchiglia

Dopo più di Duecento anni la Barchiglia di Re Ferdinando ritorna nei cantieri Navali… Secondo un racconto onirico questo dolce iconico nasce per onorare l’inaugurazione dei Moderni cantieri navali voluti dai Borbone per armare l’esercito di una potente flottiglia. La leggenda narra che Maria Carolina d’Austria, giunta dall’austera corte asburgica, avesse più volte sfidato il suo Re per mettere in imbarazzo la leggiadria dei comportamenti della corte Napoletana. Tra questi rimproveri spiccava sempre prepotente il fatto che il Regno delle due Sicilie, pur affacciandosi sul Mediterraneo non avesse una flotta adeguata. Fu per questo motivo che l’ammiraglio Acton ebbe il compito di cercare il luogo più adatto per costruire questo importante sito. Il Cercatore di Rive scelse la perla della Campania: Castellammare di Stabia. Luogo perfetto grazie ai suoi bravi maestri d’ascia, per la vicinanza dei boschi del Faito per il legname, per le miracolose acque in grado di calafatare il legno e renderlo duro come l’acciaio. Fu così che nacque il cantiere navale di Castellammare. Una immensa fortuna per una cittadina avere un’intero cantiere che avrebbe portato lavoro e denari sul territorio, fu per questo che le suore di un’antico convento nei pressi del sito pensarono di onorare l’evento con un dolce nato apposta in onore del Re Borbonico. Ed ecco che nacque la Barchiglia di Re Ferdinando, un pasticcino che come una medaglia voleva siglare un’avvenimento storico, un tripudio di emozioni e di sapori racchiusi in uno scrigno di pasta frolla, come un manifesto, un riconoscimento per la lungimiranza del monarca illuminato. E allora i sensi si scatenarono e le suore diedero sfogo a tutta la loro maestria travalicando il pudore e creando un piccolo tesoro dei sensi Amarene pungenti addolcite dalla pasta Reale, limoni profumati dei giardini assolati, spezie preziose dai confini lontani e infine il più antico di tutti gli aromi i ‘fiori d’arancio’, nati per siglare un patto millenario con Partenope. Ora la Barchiglia è tornata, forse non potrà onorare un Re ma potrà essere un volano per la rinascita di una città ferita che guarda al futuro.

Fonte : PositanoNews.it