Sorrento, l’abusivismo ha duemila anni: la riflessione dell’ex sindaco Raffaele Attardi sulle vere radici del “sacco” del territorio
Quando è iniziato davvero il fenomeno dell’accaparramento dei beni pubblici e dell’abusivismo edilizio in Penisola Sorrentina? Se per decifrare le complesse dinamiche odierne gli inquirenti stanno giustamente indagando sui legami di interesse formatisi negli ultimi anni, per debellare radicalmente questa piaga occorre scavare molto più a fondo. A lanciare questa lucida e amara provocazione è l’ex sindaco di Sorrento, Raffaele Attardi che da mesi cerca di mettere a disposizione la sua cultura e le sue riflessioni per la città.
Attraverso una rilettura storica che unisce archeologia, letteratura e persino fisica, Attardi ci guida in un viaggio a ritroso nel tempo, dimostrando che l’istinto predatorio verso il bene comune non è un’invenzione contemporanea, ma un vizio millenario.
Le ville romane? Le prime “opere abusive” della storia
Può sembrare un paradosso, ma l’abusivismo edilizio a Sorrento, la privatizzazione dei luoghi sacri, l’appropriazione delle sorgenti e la negazione dell’accesso al mare sono nati sotto l’imperatore Augusto, per mano della stessa nobiltà romana.
Furono proprio i Romani a istituire leggi all’avanguardia per tutelare le risorse naturali, le spiagge e il litorale marino — dichiarando sacre ampie porzioni del suolo sorrentino — salvo poi essere i primi a violarle sistematicamente. Secondo le leggi dell’epoca, infatti, tutte le sfarzose ville marittime e le opere a mare costruite dai patrizi erano, di fatto, strutture abusive.
A denunciare il malcostume c’erano già gli agrimensori del tempo, i gromatici, come testimonia questo inequivocabile testo antico:
“In Italia autem densitas possessorum multum improbe facit, et lucos sacros occupant, quorum solum indubitate p. R. est, etiam si in finibus coloniarum et municipiorum.”
(In Italia, tuttavia, l’alta concentrazione di proprietari agisce in modo molto disonesto, occupando boschi sacri, il cui suolo appartiene indubbiamente al popolo romano…)
È da questi “illustri” predecessori che le popolazioni locali, private delle loro risorse, hanno imparato l’arte di aggirare le regole. Una “tradizione” di illegalità, denuncia Attardi, che si è tramandata senza soluzione di continuità fino ai giorni nostri. Già Seneca e Ovidio, del resto, condannavano la pratica illegale di spostare le pietre di confine per appropriarsi dei terreni altrui.
Dalla storia antica alla fisica: un’insaziabile fame umana
L’ex sindaco ha già affrontato questi temi nel suo libro “Sorrento la quinta metamorfosi”, ma è lavorando al prequel dell’opera che la sua analisi si è spinta oltre la storiografia, incrociando i grandi princìpi della scienza.
Con un pizzico di amara ironia (“Era meglio se non approfondivo la storia di Sorrento”), Attardi spiega che questa smania di possesso trova una metafora nella legge di Boltzmann sull’entropia e nel principio di indeterminazione di Heisenberg. Sembra quasi che queste leggi abbiano iscritto nel nostro DNA una regola basilare: il comportamento umano è guidato da una fame insaziabile. Una storia millenaria di potenti che abusano della propria posizione per depredare i territori e arricchirsi.
La cura: educare al “digiuno” e all’amore per la Terra
La conclusione di Attardi è un monito severo ma costruttivo per tutta la comunità e per l’attuale classe politica:
Basta scaricabarile: Non possiamo lavarci le coscienze scaricando tutte le colpe sugli “ultimi arrivati”. Il problema è strutturale e culturale.
Educare al limite: Per vincere questo istinto primitivo e predatorio, la prima regola è “educare al digiuno”, ovvero insegnare il senso del limite e della rinuncia consapevole.
Conversione individuale: L’unica via d’uscita è un profondo percorso di conversione personale che rimetta finalmente al centro il rispetto e l’amore vero per la Terra e per le Persone.







