Penisola Sorrentina

di lucio esposito  e sara ciocio

VICO EQUENSE – Si apre oggi, venerdì 15 maggio 2026, nella prestigiosa cornice del Castello Giusso, una giornata di riflessione profonda sul futuro del patrimonio storico italiano. Il convegno nazionale dal titolo “Borghi fortificati: da presidi difensivi a destinazioni turistiche”, organizzato dall’Istituto Italiano dei Castelli, pone l’accento sulla metamorfosi necessaria delle antiche strutture militari in volani di sviluppo culturale e turistico ecosostenibile.

Una Strategia Comune per la Valorizzazione

I lavori, iniziati in mattinata con i saluti istituzionali di figure di spicco come Marina Fumo (Consigliere Nazionale dell’Istituto) e i rappresentanti delle amministrazioni locali, mirano a tracciare una linea di confine tra la conservazione della memoria e l’innovazione tecnologica.

La prima sessione, coordinata da Luigi Maglio, ha esplorato la storia e l’identità dei paesaggi culturali, analizzando casi studio che spaziano dal Castello Giusso stesso fino alle fortificazioni dell’Abruzzo e dell’Emilia-Romagna. L’obiettivo è chiaro: non considerare più il castello come un monumento isolato, ma come una “infrastruttura invisibile” capace di generare sviluppo territoriale.

Verso il Futuro: Innovazione e Nuovi Modelli

Nel pomeriggio, il focus si sposterà sulla Sessione Pomeridiana, coordinata da Leo Donnarumma, dedicata alle strategie di innovazione. Tra i temi caldi:

Reti Territoriali: Il ruolo dei “Borghi più belli d’Italia” e l’esperienza della Lunigiana.

Digitalizzazione: L’uso di Realtà Aumentata (AR) e Virtuale (VR) per rendere fruibili borghi e torri altrimenti difficili da visitare.

Sostenibilità: La riconversione delle masserie fortificate e delle cinte murarie in strutture ricettive di alta qualità, senza snaturarne l’essenza storica.

Il Ruolo della Ricerca

Di particolare rilievo gli interventi tecnici supportati da partner come MAPEI, che illustreranno come il restauro moderno debba avvalersi della diagnostica dei materiali per garantire longevità alle strutture in tufo e pietra, tipiche del panorama campano e mediterraneo.

L’evento si concluderà in serata con una tavola rotonda sulle prospettive future, moderata da Marina Fumo e Ciro Adinolfi. Il messaggio che emerge da Vico Equense è inequivocabile: la sfida del 2026 non è solo “mantenere in piedi” le mura, ma farle parlare un linguaggio contemporaneo che sappia attrarre un turismo consapevole e internazionale.

Dettagli dell’evento:

Luogo: Castello Giusso, Vico Equense

Data: 15 Maggio 2026

Patrocini: Touring Club Italiano, ICOMOS Italia, Ordine degli Architetti di Napoli e Provincia, e numerosi altri enti culturali.

Marina Fumo: “Ripartiamo dalla consapevolezza. I nostri borghi sono radici, non solo cartoline”

Nel fervore dei lavori al Castello Giusso, la Professoressa Marina Fumo, Consigliere Nazionale dell’Istituto Italiano dei Castelli e direttrice della collana Forland, traccia un bilancio entusiasta della giornata. Il suo non è solo un discorso tecnico, ma un manifesto politico e culturale per il futuro del Mezzogiorno e della Penisola Sorrentina.

Un richiamo all’identità: oltre il turismo stagionale

“Il nostro focus è la Campania e le sue province,” esordisce la professoressa. “La Penisola Sorrentina divide i due golfi, di Napoli e Salerno, ma troppo spesso il turismo qui è visto solo come un fenomeno stagionale e costiero. Con questo convegno vogliamo dirottare i flussi verso l’interno, ma per farlo dobbiamo prima rendere consapevoli le comunità locali dei tesori che abitano.”

Secondo la Fumo, il patrimonio non è solo fatto di pietre o resti archeologici, spesso esigui: “Parliamo di un patrimonio immateriale immenso. Sono le tracce di una storia antica che rappresenta le nostre radici. Se non conosciamo noi stessi ciò che abbiamo, come possiamo offrirlo agli altri?”

L’eredità di Federico II e l’innovazione editoriale

Durante l’intervento, la docente ha richiamato l’esempio di Federico II di Svevia, che “incastellò” l’Italia meridionale con strutture intelligenti, spesso pensate non per la guerra ma per il soggiorno e la gestione del territorio, come il celebre Castel del Monte.

Questa ricchezza di spunti è stata raccolta in una risposta massiccia alla “call for papers” lanciata dall’organizzazione:

Gli Atti del Convegno: Saranno pubblicati esclusivamente online (oltre 350 pagine) per scelta ecologica ed economica, garantendo il libero accesso tramite l’editore Gianni Luciano.

La collana Forland: (Fortification Rural Landscape), diretta dalla stessa Fumo, continuerà a indagare il legame inscindibile tra fortificazioni e paesaggio rurale.

Il segno sul territorio: dalle Torri ai Campanili

Un passaggio suggestivo dell’intervento ha riguardato la rilettura dei segni storici locali:

“Pensiamo alle grandi torri campanarie lungo l’antica via Minerva. Spesso ci si chiede perché siano così sproporzionate rispetto alle chiese vicine. La risposta è nella loro origine: erano torri di avvistamento lungo l’unica via per Punta Campanella. Prima di solcare i mari, le flotte andavano a consacrarsi al tempio di Minerva. Questi sono elementi identitari che dobbiamo imparare a osservare e capire.”

Un appello agli amministratori

In chiusura, un cenno di soddisfazione per la presenza in sala dei rappresentanti delle istituzioni locali: “Vedere gli amministratori qui è fondamentale. Forse non potremo realizzare ogni desiderio immediatamente, ma la loro presenza indica che il seme della consapevolezza sta germogliando. Il nostro obiettivo finale resta il contatto con le persone, con le comunità che devono tornare a possedere orgogliosamente la propria storia.”

Marina Fumo continuerà a coordinare i lavori della sessione pomeridiana, approfondendo i temi del restauro e della valorizzazione digitale.

Mena Caccioppoli e la sfida del “Metaterritorio”: Se il Castello è privato, l’esperienza deve farsi collettiva

Nel cuore del convegno nazionale a Vico Equense, l’intervento di Mena Caccioppoli ha scosso le coordinate classiche del dibattito architettonico per spostare l’attenzione su una visione imprenditoriale e sistemica del turismo. Al centro della sua analisi, un concetto originale: il Metaterritorio.

Oltre i confini fisici: l’ottica “Eica”

La Caccioppoli ha introdotto una chiave di lettura che supera la semplice digitalizzazione dei dati. “Il metaterritorio — ha spiegato — è uno sguardo diverso che ci impone di passare da un comportamento territoriale a compartimenti stagni (sistemico) a uno eico, capace di aprire le porte e far dialogare contemporaneamente tutti gli attori.”

In quest’ottica, il valore di un territorio non risiede solo nei suoi monumenti, ma nella densità delle relazioni che riesce a generare tra la componente materiale (le pietre) e quella immateriale (la memoria).

Il “paradosso” del Castello Giusso: Da limite a opportunità

L’analista ha affrontato senza mezzi termini il tema della proprietà privata del Castello Giusso, spesso percepita come un limite insuperabile per la fruizione turistica. “Può un castello privato generare valore per il territorio?” si è chiesta la Caccioppoli.

La risposta è un deciso “sì”, ma a patto di cambiare strategia:

L’identità oltre le mura: Se l’accesso fisico è limitato, il castello deve “vivere fuori”, proiettando la sua storia stratificata e la sua memoria sull’intero territorio circostante.

Il Landmark percettivo: Il Castello Giusso domina il paesaggio, è un punto di riferimento visivo che unisce la collina al mare. Questa presenza scenica va sfruttata per collegare il monumento alla dimensione emozionale e culturale del visitatore.

L’esempio del Conte Giusso: Caccioppoli ha ricordato la visione del passato proprietario nobile, capace di creare relazioni economiche e infrastrutturali tra il Faito, le “strade della neve” e Castellammare. Un modello di connessione territoriale che va oggi reinterpretato in chiave moderna.

Verso lo “Smart Tourism”

Il nuovo turismo, che secondo i dati citati attrae il 40% del mercato internazionale verso esperienze culturali, non cerca più il semplice “attraversamento” di un luogo, ma vuole viverlo. “Siamo di fronte a un turismo intelligente (Smart Tourism),” ha concluso la Caccioppoli. “I turisti sono oggi degli hotspot sociali: creano contenuti e influenzano i mercati globali. Puntare sulla stratificazione profonda che ogni castello racconta, anche se non vi si può accedere fisicamente a ogni ora, significa offrire una chance di sviluppo reale ai borghi fortificati.”

L’invito finale alla platea è chiaro: non fermarsi alla limitazione del “privato”, ma rendere il castello un motore di identità capace di fecondare l’intera esperienza del viaggiatore nel cuore della Penisola Sorrentina.

Federico Cordella, che ha presentato il caso studio del Castello di Roccarainola, un esempio virtuoso di come un bene dimenticato possa tornare alla luce grazie all’impegno locale.

Federico Cordella: “Roccarainola, il Castello che non esisteva” – Dal dominio dei cinghiali alla valorizzazione turistica

Uno dei momenti più significativi del convegno al Castello Giusso è stato il contributo dell’architetto e ricercatore Federico Cordella, che ha svelato al pubblico le vicende del Castello di Roccarainola. Si tratta di una struttura che, fino a pochi anni fa, era letteralmente scomparsa dalle mappe e dalla bibliografia ufficiale, sepolta da una vegetazione così fitta da essere accessibile solo alla fauna selvatica.

Una scoperta “a vista” tra i rovi

“Siamo stati tra i primi a occuparci di questo castello, che non compariva nei testi nonostante fosse presente nelle carte aragonesi del tardo Quattrocento,” ha spiegato Cordella. Il percorso di recupero è iniziato in modo quasi pionieristico, con sopralluoghi a piedi tra i rovi per identificare le strutture superstiti.

Oggi, grazie a un investimento complessivo dell’amministrazione locale (che ha stanziato fondi significativi in due tranches), l’opera di messa in sicurezza e valorizzazione è quasi conclusa. Il castello è ora interamente percorribile e visibile persino dai satelliti, a differenza di pochi anni fa quando appariva come una macchia verde informe su Google Maps.

L’archeologia rivela: un passato religioso e normanno

Lo studio architettonico ha confermato un tipico impianto normanno con tre cinte murarie concentriche:

Il Maschio: La parte più alta e fortificata.

La Seconda Cinta: Caratterizzata da torrette difensive.

La Terza Cinta: Lo spazio che ospitava la popolazione in caso di pericolo.

Un dettaglio sorprendente è emerso durante gli scavi assistiti: il ritrovamento di una cisterna alto-medievale all’interno di una torre. Questo suggerisce che il castello sia stato costruito inglobando un precedente insediamento religioso, confermando una stratificazione storica profonda e complessa.

Un sistema territoriale: l’acqua e il palazzo

Cordella ha evidenziato come il castello non fosse un elemento isolato, ma parte di un sistema organico che includeva:

L’Acquedotto del “Canalata”: Una riserva idrica perenne che serviva la fortificazione.

Il Palazzo Baronale: Costruito più a valle in epoca rinascimentale, dove sono state ritrovate ceramiche appartenenti alle famiglie nobili locali, testimonianza della vita quotidiana del tempo.

I Giardini Rinascimentali: Progettati strategicamente vicino al tracciato dell’acquedotto per permettere giochi d’acqua e fontane.

Un modello per gli amministratori

Il messaggio di Cordella è stato un appello all’azione per gli enti locali: “È un esempio di intervento dal basso. L’amministrazione di Roccarainola non ha aspettato fondi calati dall’alto, ma si è mossa autonomamente per recuperare la propria identità.” Un modello che, secondo il ricercatore, può e deve essere replicato in molti altri comuni della Campania e dell’Italia meridionale per trasformare “ruderi invisibili” in nuove destinazioni turistiche.

L’intervento di Federico Cordella si inserisce perfettamente nel tema del convegno, dimostrando come il restauro scientifico unito alla volontà politica possa generare nuovi itinerari culturali. Guarda il video dell’intervento

Intervento di Mikela Monti e Valerio D’Ambra, ricercatori del Dipartimento di Architettura della Federico II, che hanno presentato un’analisi profonda sul legame tra il sistema difensivo e l’identità urbana del Borgo di Celsa (Ischia Ponte).

Ischia: Dal Presidio Militare alla Città Identitaria

L’intervento di Mikela Monti e Valerio D’Ambra ha esplorato l’evoluzione di Ischia non solo come fortezza, ma come organismo vivente. La domanda centrale della loro ricerca è suggestiva: cosa accade quando un sistema nato per la guerra perde la sua funzione militare? Nel caso di Ischia, la risposta è nella trasformazione: l’architettura difensiva si è fatta città, patrimonio e racconto quotidiano.

Il Castello Aragonese: Da rifugio a Città-Fortezza

Il fulcro di tutto è il Castello Aragonese. I relatori ne hanno ripercorso le tappe fondamentali:

Le origini (1036): Nato come Castro Gironis, un isolotto strategico per il controllo del Golfo di Napoli.

L’epoca Angioina: Il castello assume una struttura più complessa con il Maschio, le mura e i torrini.

La svolta Aragonese (1423-1433): Sotto Alfonso d’Aragona, il castello diventa una vera Città-Fortezza. Non è più solo un rifugio, ma sede di governo e cuore di una complessa strategia territoriale che fonde morfologia naturale e vita civile.

La nascita del Borgo di Celsa (Ischia Ponte)

In stretta relazione con la rocca nasce il “Borgo di Mare”, poi ridenominato Borgo di Celsa. Il nome deriva dall’introduzione dei gelsi (e della relativa industria della seta) da parte dei frati Agostiniani. Tra il ‘700 e l’800, il borgo si consolida urbanisticamente attorno a tre assi principali (il “tridente”):

Via San Giovan Giuseppe della Croce (dedicata al patrono).

Via Giovanni da Procida.

Il Lungomare Aragonese.

Le 4 Torri: Emergenze di un sistema scomparso

Il sistema difensivo isolano contava originariamente ben 63 torri (oggi ne restano 21, di cui 13 a Forio). Nel Borgo di Celsa ne emergono quattro, che oggi definiscono lo skyline identitario del luogo:

La Torre del Mare (1433): La più antica dell’isola, oggi riutilizzata come torre campanaria della Cattedrale.

La Torre di Guevara: Nata come palazzotto nobiliare, fu fortificata per respingere i corsari.

La Torre dello Scuopolo (Palazzo Malcovati): Torre di avvistamento del XVI secolo, oggi trasformata in residenza privata.

La Torre del Borgo: L’unica a non avere origine militare, essendo nata come Casa Municipale (uso pubblico).

Una “lettura camminata”

Valerio D’Ambra ha sottolineato l’importanza dell’attraversamento fisico del borgo: “Non basta guardarlo da lontano. Camminando tra i vicoli si leggono le emergenze storiche e artistiche, come la Collegiata dello Spirito Santo e l’Arciconfraternita di Santa Maria di Costantinopoli”.

La ricerca conclude che lo studio dei toponimi e delle immagini storiche (che mostrano un borgo pressoché identico a quello dei primi del ‘900) è fondamentale per comprendere come Ischia abbia saputo integrare la sua anima guerriera in un tessuto urbano di straordinaria bellezza e accoglienza.

Guarda il video completo dell’intervento

Ecco un resoconto giornalistico dettagliato dell’intervento di Roberta Ruggiero, che ha presentato una ricerca ambiziosa sulla rigenerazione delle aree interne della Campania attraverso la valorizzazione dei sistemi fortificati.

Roberta Ruggiero: Le linee di castelli come motori di rinascita per le aree interne

Nel corso del convegno nazionale al Castello Giusso, l’intervento di Roberta Ruggiero ha acceso i riflettori sulle “aree del margine”, quei borghi dell’entroterra campano che, da antichi presidi strategici, vivono oggi una condizione di isolamento. La sua ricerca propone di trasformare i castelli da monumenti isolati a “fuochi di riattivazione” per l’intero territorio.

La Storia come chiave di lettura: da Federico II ai giorni nostri

La Ruggiero ha evidenziato come l’incastellamento nel Mezzogiorno sia un fenomeno radicato, nato spesso per necessità difensive durante le migrazioni verso le montagne in epoca barbarica. Un ruolo centrale è stato attribuito a Federico II di Svevia, che riorganizzò i castelli esistenti per creare delle vere e proprie “linee difensive” che proteggevano il Regno in ogni direzione.

“È paradossale — ha osservato la ricercatrice — come le stesse caratteristiche geografiche (montagne impervie, fiumi) che un tempo rendevano questi luoghi attrattivi e sicuri per i conquistatori, oggi rappresentino ostacoli che ne decretano l’abbandono e la marginalità.”

Il caso studio: 11 comuni tra il Sele e il Calore

Il campo d’indagine si è ristretto a un’area di 11 comuni situati tra le province di Salerno e Avellino, legati dal bacino idrografico del Sele-Calore. Attraverso una mappatura rigorosa, la ricerca ha analizzato:

Evoluzione storico-urbana: Come il borgo si è sviluppato a partire dal primo insediamento fortificato.

Analisi statistica: Per comprendere le cause profonde dello spopolamento e della “finitudine” di questi centri.

Rapporto Castello-Fiume: L’individuazione di sentieri e percorsi che un tempo collegavano la fortificazione alle risorse idriche e che oggi possono diventare percorsi paesaggistici.

Mettere in rete per superare la marginalità

Il cuore del progetto della Ruggiero risiede nella creazione di percorsi paesaggistico-culturali che non si limitino al singolo comune, ma mettano in comunicazione i borghi tra loro.

“Da soli, questi piccoli comuni non hanno la forza di uscire dallo stato di marginalità,” ha spiegato la Ruggiero. L’obiettivo è dunque ricalcare l’antica logica difensiva di Federico II per creare una nuova rete di cooperazione. Questo approccio mira a integrare il patrimonio culturale con le strategie nazionali per le aree interne (SNAI), promuovendo un turismo lento e consapevole che possa generare processi di rigenerazione economica e sociale.

In conclusione, la proposta di Roberta Ruggiero non è solo una tutela del manufatto storico, ma una visione strategica che vede nel castello il punto di partenza per ricucire il legame tra uomo, storia e paesaggio fluviale.

Guarda il video dell’intervento

intervento di Guido Gozzi, incentrato sulla valorizzazione del Castello di Montechiarugolo (Parma) come modello di divulgazione e conservazione nel contesto dell’Emilia-Romagna.

Guido Gozzi: Educare lo sguardo del visitatore – Il caso del Castello di Montechiarugolo

L’intervento di Guido Gozzi al convegno nazionale ha portato all’attenzione un tema cruciale: come trasformare la percezione del visitatore da una visione passiva delle “mura” a una comprensione attiva della macchina bellica e artistica che è il castello. Prendendo come esempio il Castello di Montechiarugolo, Gozzi ha illustrato una metodologia che coniuga rigore scientifico e accessibilità per il grande pubblico.

Oltre le mura: una lettura multidisciplinare

Gozzi ha spiegato come la visita al castello sia stata strutturata per offrire un’esperienza completa:

Arte e Giardini: Grazie alla collaborazione con esperti come Gottonaccini, la visita integra l’analisi artistica degli affreschi (ricchi di stemmi nobiliari) con la cura dei giardini storici.

Architettura Militare: Il castello è uno dei meglio conservati in Italia per quanto riguarda il camminamento di ronda. Gozzi ha invitato il pubblico a scoprire una struttura dove le caditoie, i merli e i vari tipi di bucature sono ancora leggibili e percorribili nella loro interezza.

La forza dei documenti: Armerie e Foto Storiche

Un punto di forza della ricerca presentata riguarda l’uso di fonti documentarie inedite:

Inventari delle Armi: Attraverso lo studio di antichi inventari, è stato possibile ricostruire virtualmente il contenuto delle armerie, spiegando al lettore quali strumenti di difesa fossero realmente presenti nel maniero.

L’Archivio Fotografico: Gozzi ha mostrato straordinarie fotografie della metà dell’Ottocento, parte di un album privato di quaranta scatti che documentano, tra le altre cose, il fronte di erosione del fiume adiacente alla fortificazione con una qualità documentaria rarissima.

Il Glossario Castellano: un linguaggio comune

Per colmare il divario tra specialisti e turisti, Gozzi ha annunciato l’inserimento di un glossario illustrato in tutti i volumi della collana di guide. Riprendendo l’eredità di Dino Palloni, questo strumento permette di decodificare i termini tecnici dell’architettura fortificata.

“Se il visitatore non possiede i termini, percepisce solo pietre. Il glossario, supportato da disegni e foto, è la base per comprendere il valore di ciò che si sta osservando,” ha affermato Gozzi.

L’intervento si è concluso con un plauso allo sforzo dei proprietari del castello, il cui impegno costante permette oggi di godere di un bene conservato in maniera “incredibile”, rendendolo un modello di gestione privata al servizio della cultura pubblica.

Guarda il video dell’intervento

ntervento di Antonio Vanacore, archeologo, che ha gettato nuova luce sul mistero delle origini di Santa Maria del Castello, borgo collinare di Vico Equense.

Antonio Vanacore: Il mistero del “Castello” di Santa Maria e la riscoperta della cisterna medievale

L’intervento dell’archeologo Antonio Vanacore ha rappresentato uno dei momenti più tecnici e affascinanti del convegno, spostando l’attenzione su un sito che è, per natura, un “crocevia tra due golfi”. Situato a 685 metri sul livello del mare, il borgo di Santa Maria del Castello non è solo una terrazza panoramica su Positano, ma un nodo strategico che affonda le radici in una storia millenaria ancora in parte da scavare.

La Cisterna: il “Castello” invisibile

La tesi centrale di Vanacore ruota attorno a una scoperta eccezionale situata sotto il sagrato della chiesa: una cisterna medievale di pregevole fattura, databile intorno all’VIII-IX secolo d.C. “Il toponimo ‘del Castello’ ha sempre interrogato gli studiosi,” ha spiegato l’archeologo. Sebbene oggi non vi siano strutture fortificate visibili, i documenti storici — in particolare le visite pastorali dei monsignori Reggio e Pace — riferiscono esplicitamente della presenza di “vestigia di un fortilizio” nei pressi della chiesa. Vanacore ipotizza che:

Esistesse una struttura fortificata tra il IX e l’XI secolo (la prima fase dell’incastellamento), probabilmente realizzata in materiali deperibili come il legno o asportata nel tempo.

La cisterna rappresentasse il cuore logistico di questo presidio, essendo il punto più alto e vitale per l’approvvigionamento idrico.

Un dato curioso conferma l’importanza di questo sito: fino alla metà dell’Ottocento, la chiesa riscuoteva una tassa per fornire acqua al bestiame e ai cavalli in transito tra la costiera sorrentina e quella amalfitana.

Archeologia e Storia: dai Romani alla “Bosco”

L’archeologo ha ripercorso le tappe cronologiche del sito, ricordando il ritrovamento nel 1962 di due tombe romane tardo-antiche (con una moneta dell’imperatore Costante II), a testimonianza di una frequentazione antichissima del valico.

Interessante anche la nota d’archivio sulla Raffaele Bosco: nei progetti originari della celebre strada, Santa Maria del Castello doveva essere inclusa nel tracciato principale, per poi essere esclusa a causa della scarsa popolazione dell’epoca, rimanendo così un borgo isolato e, proprio per questo, straordinariamente conservato.

Prospettive: Ospitalità diffusa e Turismo esperienziale

Come tecnico, Vanacore non si è limitato all’analisi del passato, ma ha proposto una visione per il futuro basata sull’approccio “Place-Based”:

Recupero dell’esistente: Sfruttare le volumetrie edili attuali per creare un modello di ospitalità diffusa, evitando il consumo di nuovo suolo.

Turismo Lento: Valorizzare l’intricata rete di sentieri (che collegano Moiano, Picciano e la Costiera Amalfitana) per un turismo di nicchia, esperienziale e immerso nella natura.

Memoria del Valico: Restituire centralità alla chiesa e al suo sagrato come fulcro culturale del territorio.

“Santa Maria del Castello è uno dei borghi più interessanti da indagare,” ha concluso Vanacore. “La sua natura di presidio fortificato, conservata nel nome e nel sottosuolo, deve diventare il volano per una promozione turistica intelligente e sostenibile.”

L’intervento di Antonio Vanacore conferma come l’archeologia sia uno strumento indispensabile non solo per conoscere il passato, ma per progettare lo sviluppo consapevole del territorio.







Accorato intervento di Valeria D’Alessandro, architetto, che ha posto al centro del dibattito la sopravvivenza stessa del nostro patrimonio attraverso il recupero dei mestieri d’arte.

Valeria D’Alessandro: “Senza artigiani il patrimonio muore”. L’appello per le botteghe-scuola al Castello Giusso

L’intervento di Valeria D’Alessandro ha introdotto una riflessione tanto pratica quanto urgente: la crisi delle maestranze qualificate nel restauro dei borghi e delle fortificazioni. Il rischio, secondo l’architetto, non è solo il degrado materiale, ma l’estinzione di un saper fare millenario che rende possibile la conservazione dei nostri monumenti.

Il “caso” del Castel Nuovo: quando mancano gli scalpellini

Per illustrare la gravità della situazione, la D’Alessandro ha riportato un esempio emblematico dal cuore di Napoli: durante il recente restauro del Maschio Angioino, il responsabile dei lavori si è trovato di fronte a un ostacolo imprevisto. Non si riuscivano a trovare scalpellini in grado di lavorare il bugnato a punta di diamante della torre. “È stato un lavoro enorme trovare un operaio capace di rifare quella lavorazione,” ha spiegato. “Se non interveniamo subito, tra poco non avremo più nessuno in grado di manutenere queste strutture.”

Il restauro tra storia e balistica

L’architetto ha ricordato come l’Italia sia stata, fino al XVIII secolo, all’avanguardia mondiale nello studio delle fortificazioni. Ha citato maestri come Francesco di Giorgio Martini, San Gallo, e persino gli studi di Leonardo da Vinci nel Codice Atlantico o le intuizioni di Galileo Galilei sulla balistica. Tuttavia, questa immensa eredità teorica oggi si scontra con la difficoltà di leggere la stratificazione storica dei manufatti e di intervenire con tecniche conservative coerenti. “Il restauro non è cemento armato,” ha ribadito, ricordando come gli interventi eccessivamente rigidi abbiano causato più danni che vantaggi durante i sismi in Umbria e nell’Italia centrale.

La proposta: Botteghe-scuola e Albi Nazionali

Prendendo il testimone dal suo maestro, il professor Riccardo Dalisi, che già anni fa aveva tentato di valorizzare gli artigiani di Rua Catalana a Napoli, la D’Alessandro ha lanciato una proposta concreta:

Scuole-Laboratorio: Creare centri di formazione dove i “vecchi maestri” possano trasmettere ai giovani tecniche quasi scomparse, come lo “scuci-cuci”.

Sfruttare il Decreto Legislativo 219/2024: Utilizzare l’istituendo Albo nazionale delle botteghe storiche per dare dignità e qualifica professionale a questi operai specializzati.

Tecnologia e Innovazione (RENIAM): Sfruttare la rete dei musei intelligenti della Regione Campania per documentare e diffondere il sapere artigiano anche dalle aree più remote e interne.

Conclusione: un dovere di conservazione

“Il restauro è un lavoro di grande complessità che richiede la presenza di archeologi, storici e, soprattutto, mani sapienti,” ha concluso l’architetto. L’appello lanciato da Vico Equense è chiaro: investire nella formazione di nuove maestranze è l’unico modo per garantire che i castelli e i borghi fortificati d’Italia non diventino semplici “ruderi silenziosi”, ma rimangano testimonianze vive della nostra identità nazionale.

Guarda il video dell’intervento

In un momento di profonda commozione, il convegno nazionale al Castello Giusso ha dedicato un tributo speciale alla memoria di un’architetto che ha segnato la tutela del territorio di Vico Equense, ricordata attraverso le parole di Marisa Guida e della Professoressa Marina Fumo.

Il “Modello Vico”: Storia di un legame viscerale e di una tutela illuminata

Il ricordo della studiosa scomparsa è stato il filo conduttore di un intervento che ha mescolato aneddoti personali e rigore tecnico, sottolineando come la passione per il paesaggio rurale possa trasformarsi in una missione di vita.

Una squadra per il territorio

Marisa Guida ha ricordato con emozione come l’architetto avesse una “sensibilità spiccata” nel coinvolgere i tecnici locali. Non voleva solo esperti esterni, ma una squadra di professionisti di Vico Equense che potessero dedicare studio e dedizione alla propria terra, oltre la routine lavorativa.

“Ci spingeva a essere più attenti,” ha raccontato la Guida, “per trasmettere alle committenze, ai proprietari dei fabbricati rurali, una sensibilità maggiore negli interventi di recupero.”

Un’attenzione che si estendeva anche all’arte: fu lei a volere che fotografi del calibro di Fabio Donato e Libero De Giovanni immortalassero il paesaggio rurale di Vico, guidati dai tecnici locali per cogliere una “visione diversa” e profonda del territorio, confluita poi in mostre e cataloghi storici.

Sperimentazione e cantiere: La Grangia di Crapolla

La Professoressa Marina Fumo ha poi illustrato l’approccio metodologico unico della studiosa, ricordando il suo ruolo come funzionario di zona tra il 2010 e il 2012. L’esempio emblematico è quello della Grangia di Crapolla:

Restauro, non ostacolo: Spesso i funzionari della Soprintendenza sono visti come “quelli che creano problemi”. Lei era l’opposto: “Aiutava a risolverli, affiancando il professionista nella ricerca della soluzione migliore.”

La ricerca sulle malte: Alla Grangia di Crapolla, si oppose a metodi sbrigativi e pretese una ricerca scientifica sugli intonaci. Insieme alla Prof.ssa Fumo (Cittam) e con il supporto tecnico di Mapei, furono formulate malte sperimentali basate su sabbie locali e tecniche tradizionali.

L’innovazione dei lapilli: Per evitare che le volte apparissero “tutte nere e uguali”, sperimentò l’inserimento di lapilli negli strati protettivi per dare vibrazione cromatica al paesaggio collinare. “Dopo 15 anni,” ha osservato la Fumo, “quei campioni sono ancora in condizioni perfette.”

Tutela contemporanea e sentieri “vic e vicarelli”

Il ritratto emerso è quello di una funzionaria che non restava in ufficio. Accompagnata spesso dal sindaco dell’epoca, girava il territorio di domenica, arrampicandosi lungo i sentieri e i “vicarelli” più impervi per scovare ogni singola torre o manufatto da tutelare. La sua filosofia era chiara: il paesaggio rurale deve restare contemporaneo. Non voleva cristallizzare il borgo in un passato immobile, ma capire come adattarlo alle nuove esigenze degli abitanti senza distruggerne l’identità e la “trama ramificata” delle strade.

L’intervento si è concluso con l’annuncio di un prossimo incontro a giugno presso la Soprintendenza per approfondire ulteriormente gli studi e le fotografie di questo “gigante” della tutela campana, la cui passione continua a guidare chi oggi opera nella Penisola Sorrentina.

Guarda il video del ricordo di Marisa Guida e Marina Fumo

Ecco un resoconto giornalistico dell’intervento dell’Ingegner Mastroianni, rappresentante di Mapei, che ha illustrato il ruolo dell’innovazione chimica e della ricerca scientifica al servizio del restauro dell’architettura storica.

Mapei per la Cultura: Quando la Scienza dei Materiali si fa Partner del Restauro

L’intervento dell’Ingegner Mastroianni ha portato al convegno nazionale del Castello Giusso la voce dell’industria d’eccellenza, ridefinendo il rapporto tra fornitore e progettista. Per Mapei, essere “partner” significa non solo fornire prodotti, ma condividere un percorso basato su tre pilastri: passione, scienza e competenza.

La conoscenza dei materiali: Oltre l’edilizia tradizionale

Mastroianni ha sottolineato la differenza fondamentale tra edilizia comune e architettura storica. “Prima di definire un sistema di intervento, è necessario conoscere i materiali nel profondo,” ha spiegato, mostrando analisi al microscopio elettronico che evidenziano la diversità chimica tra leganti a base calce e leganti cementizi. L’obiettivo dichiarato è la durabilità: garantire soluzioni che resistano al tempo rispettando l’affinità chimico-fisica con le strutture antiche su cui si interviene.

“Dietro ogni problema, una soluzione”

Nata agli inizi degli anni ’90, la linea dedicata al risanamento e al restauro di Mapei è cresciuta affrontando sfide complesse. La filosofia aziendale è pragmatica: “Se porti il problema e non la soluzione, sei parte del problema”. Oggi questa linea abbraccia l’edilizia storica a 360°, offrendo:

Malte colorate e intonaci termici.

Consolidanti corticali a base di silicato d’etile.

Sistemi deumidificanti e rasature specifiche per l’integrità dei prospetti.

Il “Caso Colosseo”: L’innovazione nata da un’esigenza specifica

L’esempio più eclatante di questa sinergia tra ricerca e committenza è stato il recente intervento presso l’Anfiteatro Flavio. La necessità era quella di posare lastre in pietra di grande formato all’ingresso del Colosseo, evitando tassativamente l’uso di leganti cementizi. Dalla collaborazione con la direzione dei lavori sono nati due prodotti che prima non esistevano:

NHL Massetto (con il bollino del Colosseo).

NHL Eco-Adesivo. Questi materiali, totalmente esenti da cemento, rappresentano l’ultima frontiera della filosofia “Mapei per la Cultura”, dimostrando come l’industria possa adattarsi alle esigenze uniche dei monumenti più iconici del mondo.

Una partnership per i progettisti

L’intervento si è concluso con l’invito ai professionisti presenti — molti dei quali già attivi nella Penisola Sorrentina — a considerare la ricerca laboratoristica come uno strumento quotidiano. L’esperienza maturata in siti di prestigio mondiale, come l’Arsenale di Venezia o il Colosseo, è messa a disposizione dei piccoli borghi e delle fortificazioni locali, affinché ogni restauro possa beneficiare della massima competenza scientifica disponibile oggi sul mercato.

Guarda il video dell’intervento di Mapei

Intervista “volante” realizzata all’Ingegner Mastroianni della Mapei a margine del convegno al Castello Giusso.

Intervista Volante: La Scienza dei Materiali al Servizio del Restauro

Intervistatore: Saluti, bentrovati. Siamo qui per questa giornata dedicata ai castelli, un meraviglioso convegno in cui una nota “strana e straordinaria” è la presenza di Mapei. Vi conosciamo per le vernici navali e per l’edilizia civile, ma qui la vostra presenza è speciale: non siete solo sponsor, ma parte in causa piena, come abbiamo intuito dalla vostra relazione.

Ing. Mastroianni: “Nota strana e straordinaria”… mi fa piacere! Abbiamo avuto l’occasione di far capire perché non siamo affatto “strani” in questo contesto. Con la nostra linea dedicata al risanamento e al restauro, ci proponiamo come partner al fianco di progettisti e committenti proprio per questa tipologia di edifici fortificati. Portiamo soluzioni durature e durabili, che sono la base della nostra filosofia.

Intervistatore: Più che farvi domande, siamo qui per dirvi grazie. Grazie per il supporto e per la pazienza nel mettervi al servizio degli architetti restauratori. Sappiamo che per siti come Pompei vi chiedono continue sperimentazioni, prodotti che vengono testati, messi da parte e poi rielaborati fino alla perfezione.

Ing. Mastroianni: Ha colto esattamente il punto. Il nostro ruolo come parte tecnica è proprio questo: fare da cerniera tra il mondo dei progettisti e l’azienda. Ci mettiamo a disposizione dei colleghi per trasformare le loro esigenze di restauro in realtà chimica e tecnologica.

Intervistatore: Abbiamo visto scorrere le slide su Venezia. Lì avete risolto il problema più annoso e secolare: l’umidità, sia quella capillare che quella legata alla traspirazione delle pareti. Siete stati la “medicina giusta” per quella malattia.

Ing. Mastroianni: Esatto. Anche nel caso di Venezia, ci siamo avvicinati con il massimo rispetto alle strutture storiche, utilizzando prodotti totalmente esenti da cemento. È questa l’unica via che ci consente di risolvere problematiche così complesse rispettando l’integrità del manufatto antico.

Intervistatore: Grazie Ingegner Mastroianni e buon lavoro ancora.

Ing. Mastroianni: Grazie a voi.

Punti chiave emersi:

Ruolo di Partner: Mapei non agisce come semplice fornitore di prodotti commerciali, ma come supporto tecnico-scientifico per le sfide del restauro monumentale.

Rispetto Storico: L’utilizzo di materiali compatibili (senza cemento) per interventi in contesti delicatissimi come Venezia e Pompei.

Sperimentazione Continua: La capacità di adattare i laboratori di ricerca alle richieste specifiche della Direzione Lavori e delle Soprintendenze.

https://www.youtube.com/watch?v=Ro8PbrGL71k

 

Appassionato intervento al margine e fuori programma di Umberto Celentano, Direttore del Museo Mineralogico Campano di Vico Equense, che ha arricchito il convegno con aneddoti storici e documenti rari legati al Castello Giusso.

Umberto Celentano: Il Castello Giusso tra Memoria e Identità – La “Pietra” che diede l’autonomia a Vico

Il Direttore Celentano, affiancato da un gruppo di stagisti, ha offerto una lezione di storia locale che ha collegato il Castello Giusso alle grandi figure del passato e allo sviluppo urbanistico della città. Il suo intervento è stato un viaggio tra fotografie d’epoca, quadri storici e lapidi medievali.

La foto ritrovata e il legame con l’arte

Il racconto è iniziato con una foto d’eccezione del 1932-33, che ritrae il Conte Girolamo Giusso seduto nel parco del castello, poco prima della sua scomparsa avvenuta nel 1934. Celentano ha rivelato la genesi romanzesca di questa immagine:

Il formato originale: Piccolo come una “figurina dei calciatori”, è stata donata da Severino Orlando, genero del celebre pittore vicano Antonio Asturi.

Il mecenatismo: Fu proprio il Conte Girolamo a regalare al giovane Asturi la sua prima scatola di pastelli, avviandolo a una carriera che sarebbe stata celebrata proprio in questo castello con un’antologica nel 2004.

Curiosità: Una copia di questa foto è stata donata alle contesse Giusso a Roma, nella villa dove Paolo Sorrentino ha girato scene del film “È stata la mano di Dio”.

Vico Equense: Una “Cittadella” mai espugnata

Analizzando una stampa d’epoca (fine ‘700 – inizio ‘800), Celentano ha descritto la morfologia difensiva di Vico:

Lo scoglio di Santa Margherita: Così chiamato per una cappella votiva sulla cima (e non per il fiore).

Il sistema fortificato: Il castello angioino (1284-89), sorto per mano di Sparano da Bari, insieme al Palazzo Episcopale del Vescovo Cimino, formava una vera cittadella fortificata.

Invincibilità: “Vico non è stata mai espugnata dai pirati né dai saraceni,” ha sottolineato il Direttore, ricordando come il castello fosse munito di cannoni e colubrine.

Il “Superbonus” del 1300: L’autonomia da Sorrento

Il momento più significativo dell’intervento è stato l’illustrazione della lapide marmorea murata nella corte rinascimentale del castello. Datata 30 ottobre 1300 (indicata con una M e tre C), la lapide riporta l’editto di Re Carlo II d’Angiò:

L’Indipendenza: Il re concesse a Vico l’autonomia amministrativa da Sorrento.

La Cinta Muraria: I cittadini chiesero di costruire mura difensive non tanto contro i pirati, quanto per proteggersi dai “vicini” sorrentini, che non avevano accolto bene la scissione.

Il finanziamento creativo: Il Re attuò quello che Celentano ha definito scherzosamente un “Superbonus dell’epoca”: abbonò ai vicani le tasse per due anni (circa 1000 ducati l’anno) a patto che quei soldi venissero reinvestiti nella costruzione delle fortificazioni.

Potere civile e religioso: “Guerre di seggio”

Celentano ha concluso con un aneddoto curioso sul complicato rapporto tra i feudatari del castello e i vescovi del vicino Palazzo Episcopale. Le discussioni sui “diritti di precedenza” lungo la stretta stradina che portava alla Cattedrale sfociavano spesso in risse: “Si litigava persino sull’altezza dei sedili durante le celebrazioni: ognuno voleva essere il più alto e il primo ad entrare.”

L’intervento del Direttore Celentano ha ricordato ai presenti, e soprattutto ai giovani stagisti, che le pietre del Castello Giusso non sono solo architettura, ma testimonianze vive di una comunità che ha lottato per la propria libertà e identità.













Il Protagonismo delle Università: Un Cantiere Aperto tra Federico II, Suor Orsola Benincasa e Salerno

Il convegno nazionale al Castello Giusso non è stato solo un momento di celebrazione storica, ma un vero e proprio laboratorio interuniversitario. La massiccia presenza di stagisti e dottorandi ha trasformato l’evento in un ponte tra l’alta formazione accademica e la pratica della tutela territoriale, coinvolgendo i tre poli d’eccellenza della regione:

1. Università degli Studi di Napoli Federico II (Dipartimento di Architettura)

Sotto la guida della Prof.ssa Marina Fumo, gli studenti di Architettura hanno offerto un contributo tecnico fondamentale. La loro partecipazione si è concentrata su:

Rilievo e Restauro: Analisi delle stratificazioni murarie del Castello Giusso e studio delle malte sperimentali.

Rigenerazione Urbana: Elaborazione di proposte per integrare i borghi fortificati nei circuiti contemporanei (come nel caso degli studi presentati dall’arch. Roberta Ruggiero).

2. Università degli Studi Suor Orsola Benincasa (Facoltà di Lettere – Archeologia)

Gli stagisti del Suor Orsola hanno affiancato esperti come Antonio Vanacore nella lettura dei dati materiali del territorio. Il loro focus è stato:

Archeologia Pubblica: Metodi per comunicare la riscoperta di beni “invisibili” (come la cisterna medievale di Santa Maria del Castello) a un pubblico non specialistico.

Analisi delle Fonti: Ricerca archivistica per ricostruire le antiche vie di comunicazione tra i valichi della Penisola Sorrentina.

3. Università degli Studi di Salerno (Dipartimento di Scienze del Patrimonio Culturale)

Il coinvolgimento dell’ateneo salernitano ha permesso di allargare l’orizzonte alle aree interne e al bacino del Sele-Calore. Gli studenti hanno lavorato su:

Mappatura GIS: Creazione di database digitali per il censimento dei castelli minori e delle strutture fortificate lungo i fiumi.

Valorizzazione Territoriale: Progettazione di itinerari culturali che collegano i presidi storici alle emergenze naturalistiche della provincia.

Una “Staffetta Generazionale” della Conoscenza

La presenza degli stagisti al seguito del tutor Direttore Umberto Celentano ha simboleggiato una vera “staffetta”: mentre i veterani della tutela raccontavano la storia (come l’autonomia di Vico del 1300), le nuove leve delle facoltà di Architettura e Archeologia documentavano e rielaboravano i dati con strumenti moderni (dalle ricostruzioni 3D alle analisi chimiche dei materiali Mapei).

“Non c’è tutela senza trasmissione del sapere,” ha commentato il Direttore Celentano rivolgendosi ai ragazzi. “Vedere futuri architetti e archeologi appassionarsi alle pietre del Castello Giusso è la garanzia che questo patrimonio non diventerà mai un rudere silenzioso.”

Questo coordinamento tra le università campane conferma che il “Modello Vico” punta sulla formazione di una nuova classe di professionisti capaci di coniugare la passione storica con la competenza scientifica d’avanguardia.

I punti chiave emersi dal convegno nazionale al Castello Giusso limitatamente agli interventi seguiti dagli inviati di Positanonews:

Visione e Strategia

Metaterritorio: Mena Caccioppoli ha proposto di superare il limite della proprietà privata dei castelli puntando sulla memoria immateriale e sull’esperienza emozionale del turista.

Reti di Borghi: Roberta Ruggiero ha illustrato come i castelli delle aree interne (11 comuni tra Salerno e Avellino) debbano fare rete per uscire dall’isolamento, legandosi al paesaggio fluviale.

Riscoperte Archeologiche e Storiche

Casi Studio: Federico Cordella ha presentato il recupero del Castello di Roccarainola (prima sepolto dalla vegetazione), mentre Antonio Vanacore ha svelato la cisterna medievale (IX sec.) sotto il sagrato di Santa Maria del Castello.

Identità Isolana: Valerio D’Ambra e Mikela Monti hanno mappato il sistema delle 63 torri di Ischia, evidenziando come la difesa abbia plasmato l’urbanistica del Borgo di Celsa.

Documentazione: Umberto Celentano ha celebrato l’autonomia di Vico Equense da Sorrento (editto del 1300) e il legame storico tra il Castello Giusso e l’arte locale (Asturi).

Tecnica e Restauro

Emergenza Maestranze: Valeria D’Alessandro ha lanciato un allarme sulla scomparsa degli artigiani (scalpellini, maestri dello “scuci-cuci”), proponendo l’istituzione di botteghe-scuola.

Innovazione Scientifica: Mapei (Ing. Mastroianni) ha presentato soluzioni chimiche d’avanguardia esenti da cemento, nate da sfide estreme come quelle del Colosseo e di Venezia.

Modelli d’Eccellenza: Guido Gozzi ha mostrato il restauro del Castello di Montechiarugolo come esempio di perfetta conservazione e divulgazione tramite glossari illustrati.

Formazione e Memoria

Collaborazione Accademica: Il convegno è stato un laboratorio vivo grazie agli stagisti delle università Federico II, Suor Orsola Benincasa e Salerno, unendo architettura e archeologia.

Eredità: Marisa Guida e Marina Fumo hanno reso omaggio alla funzionaria della Soprintendenza che ha rivoluzionato la tutela a Vico tra il 2010 e il 2012, promuovendo un restauro “contemporaneo” e partecipato.