Penisola Sorrentina

Vico Equense, Giustizia con 33 anni di ritardo: risarcita a 50 anni per l’incidente subìto a 17. Ma il tempo non torna

È il ritratto di un paradosso tutto italiano, una storia dove il tempo scippato alla vita fa quasi più male delle ferite sul corpo. A raccontare la drammatica odissea di B.B. è la penna del giornalista Antonino Siniscalchi sulle pagine de “Il Mattino”: un calvario clinico e giudiziario iniziato nel lontano 1991 e conclusosi solo oggi, dopo un’attesa lunga ben 33 anni.

All’epoca dei fatti B.B. era solo una diciassettenne con il futuro davanti. Poi, un devastante incidente stradale l’ha costretta a un’esistenza scandita da bisturi, immobilità forzata e terapie estenuanti. Ma al trauma fisico, sottolinea Siniscalchi nel suo pezzo, si è ben presto affiancato un vero e proprio incubo legale. Una maratona nelle aule di giustizia trascinatasi per un terzo di secolo, il cui primo traguardo si è rivelato una clamorosa beffa: una sentenza di primo grado che negava qualsiasi risarcimento, senza fornire neppure spiegazioni plausibili.

La corsa contro il tempo e la mole di faldoni

La speranza sembrava ormai sepolta quando, ultracinquantenne e con la voce rotta dal pianto per una giustizia negata, B.B. decide di affidare la sua storia a un giovane legale di Vico Equense, l’avvocato Mauro Colandrea.

Come riporta Il Mattino, l’incarico arriva in un momento critico: è il 22 dicembre del 2024. Le feste natalizie bussano alle porte, i tribunali sono semideserti e i termini per impugnare la sentenza in Appello stanno per scadere. Inizia così una disperata corsa contro il tempo. Per l’avvocato si prospettano notti insonni trascorse a sviscerare una montagna di faldoni, decodificando 33 anni di perizie, rinvii e carte bollate per tentare il miracolo. Un lavoro dove la professione forense spoglia i panni del mero tecnicismo per indossare quelli della missione civile: restituire dignità a chi non è mai stato ascoltato.

Il trionfo in Appello e il peso del tempo perduto

E il miracolo, alla fine, si compie. La Corte d’Appello smonta e ribalta il verdetto precedente, riconoscendo finalmente a B.B. l’ingente risarcimento che le spettava di diritto. Un momento di fortissima carica emotiva, culminato in lacrime e in un abbraccio liberatorio tra la donna e il suo avvocato di fronte a una vittoria che pareva un miraggio.

Tuttavia, la riflessione che chiude il racconto di Antonino Siniscalchi è lucida e tagliente: non si può parlare di un vero e proprio “lieto fine”. Nessun assegno, per quanto cospicuo, e nessun interesse compensativo potranno mai restituire a B.B. la giovinezza consumata nelle sale d’attesa e l’angoscia di un’esistenza tenuta in sospeso per 33 lunghissimi anni. Se la risposta dello Stato fosse arrivata in tempi ragionevoli, la vita di questa donna avrebbe certamente preso pieghe diverse, con meno spettri e più certezze.

Un concetto ribadito con forza dallo stesso avvocato Colandrea: “Questa vicenda dimostra che la giustizia può arrivare, ma quando arriva dopo così tanto tempo lascia inevitabilmente un senso di incompiutezza. Il nostro compito è crederci fino in fondo, anche quando tutto sembra perduto”.